Giornata gaudiosa. Tre film in Concorso: il francese Brizé, il contestato DAU, il quarto italiano firmato da De Angelis, che è il meno riuscito dei tre, tanto per cambiare. Ma due sono certamente importanti.
Proclama: qualche giuria finalmente pensi di dare un premio ai film di Stephane Brizé, che quasi sempre sono bellissimi. È indecente che finora nessuna giuria abbia pensato di farlo. Speriamo accada finalmente quest’anno, perché “Un bon petit soldat” è un grande film e forse il migliore di quelli visti finora in Concorso. Al mondo del lavoro questo 60enne regista bretone ha già dedicato una trilogia: “La legge del mercato”, “In guerra” e “Un altro mondo”, tutti con il fenomenale Vincent Lindon, guardando il problema da punti di vista sempre differenti. Ora ecco un altro capitolo, sempre con il medesimo attore e Alba Rohrwacher, confermata dopo “Le occasioni dell’amore”, che mai ha recitato così bene (la scenata con il figlio a distanza è notevole), tanto da poter aspirare alla Coppa Volpi, segno che certi registi sanno fare la differenza anche su questo. Carla arriva in una compagnia assicurativa come responsabile delle Risorse Umane, mentre l’azienda sta lanciando una campagna pubblicitaria. Ma nonostante i tentativi della dirigenza di far apparire l’ambiente lavorativo e umano pacifico e collaborativo, la realtà è ben diversa. Carla, separata e con il problema enorme di un figlio ribelle in età adolescenziale, dovrà scendere a compromessi per rimanere, non senza patimenti personali, in sella al proprio ruolo. A partire dall’ironia antifrastica di “What a wonderful world” con cui si apre, il film mostra inesorabilmente la differenza tra ciò che siamo e ciò che vogliamo dimostrare all’esterno (gli spot dell’azienda, ma anche le rappresentazioni familiari), rivelando la fallibilità delle immagini, in un mondo dominato da esse. Caustico sugli happiness manager e sull’employer branding, capace di cogliere le ambiguità e i tradimenti tra colleghi, le arroganze dei capi (si vedano le riunioni aziendali e i colloqui faccia a faccia) e le mistificazioni economiche, nonché il potere comunque maschile, Brizé affida alle frastornanti percussioni la sottolineatura ritmica degli avvenimenti, sapendo al contrario togliere l’audio per creare sconcerto e confermandosi come uno dei registi più attenti e acuti sulla società d’oggi. Voto: 8.









