Si sa – o lo si scopre dopo aver frequentato un numero sufficiente di festival – che i titoli della giornata vengono accoppiati per affinità tematiche. Ieri toccava a “quant’è brutto il mondo”, con “Un bon petit soldat” diretto dal regista francese Stéphane Brizé e “Il fuoco che ti porti dentro”, diretto dall’italiano Edoardo De Angelis. Non son guerre o bombardamenti, non ci sono morti o feriti, neanche catastrofi naturali. Solo quel che più facilmente affligge le nostre giornate. Per capirci: il lavoro e la famiglia. In che ordine, vedete voi. Stéphane Brizé ha girato, sempre con Vincent Lindon protagonista, tre film sul mondo del lavoro. “La legge del mercato” (precario cinquantenne), “In guerra” (le lotte sindacali) e “Un altro mondo” che rovesciava la prospettiva, dando all’attore il ruolo del manager che deve licenziare. In “Un bon petit soldat” è il dirigente di una grande compagnia assicurativa, dove lavora la neo-assunta Alba Rohrwacher, tailleur scuro d’ordinanza, lo smartphone sempre in mano perché c’è un figlio da seguire, anche nei compiti scolastici. Papà provvede agli svaghi, il ragazzino da solo si diletta con il cubo di Rubik. Ma non capisce la matematica. La neoassunta (ma non c’era un’attrice francese, Rorhwacher parla bene ma è tradita dall’accento, di cui però nessuno nel film sembra accorgersi) per timidezza non dice che lo spot wokissimo non funziona, lo dirà il suo capo Vincent Lindon. Esilarante è l’arrivo dello psicologo tutto sorriso, esercizi di respiro e domande importune: “Qual è stato il momento in cui sei stato felice, nelle ultime 24 ore?”. Lì si pongono le premesse del dramma aziendale. Corretto, ma i personaggi maschi allo sceneggiatore Brizé riescono meglio.Passiamo alla famiglia, “ariosa e stimolante come una camera a gas” (così recitava uno slogan di Re Nudo, attorno al 1968). Edoardo De Angelis adatta il memoir di Antonio Franchini – scrittore che di mestiere ha fatto l’editor, prima per Mondadori e poi per Giunti – “Il fuoco che ti porti dentro”. Dedicato alla terribile genitrice, di cui chiarisce nelle prime righe che puzza assai. Puntuale la frase accoglie lo spettatore. Il film è chiassoso e confuso, come dovevano essere i natali milanesi con mamma Angela. Salita a Milano da Napoli, mamma Angela cucina e cucina. Molto oltre il necessario per i festeggiamenti. Il cappone è sfuggito alla sorte infausta, mancava un uomo forte per ammazzarlo. I nipoti – c’è una vegana – a metà serata escono per conto loro, scandalizzati dalla “neonata” (o gianchetti) che sta per finire in frittata. L’atmosfera è tesa, la caciara sempre più rumorosa. Non saremo certo noi a raccontarvi il finale. Va detto però che la scrittura di Antonio Franchini va persa irrimediabilmente: togliere la soggettiva fa malissimo a una storia che sulla soggettiva era costruita.Fatte le proporzioni, Hirokazu Kore-eda tenta un’operazione simile, portando sullo schermo – in “Look Back” – il manga di Tatsuki Fujimoto. Fujino è una brillante ragazzina che disegna manga per il giornalino della scuola (elementare). Nella stessa scuola c’è Kyomoto, che sta chiusa nella sua stanza perché ha paura del mondo là fuori, e anche lei disegna. Un piccolo incidente le fa incontrare, e insieme diventano imbattibili: una inventa storie e l’altra le disegna. Le inquadrature vogliono riprodurre le pagine dei manga Gran paesaggio innevato, e le orme di due bambine che avanzano nella neve. Ma una tavola si guarda in un colpo d’occhio, la camminata al cinema prende più tempo. Tenero e poetico, ma piuttosto lento, è più fascinoso a raccontarlo che a vederlo.
Un brutto mondo che dobbiamo pur guardare
Lavoro e famiglia al centro dei film di Brizé e De Angelis. Quel che più facilmente affligge le nostre giornate ci perseguita anche al Lido, menomale c'è spazio per i manga












