Alla Vigilia della convention repubblicana a Dallas, il presidente Donald Trump introduce una variabile temporale inedita nell’evoluzione della guerra contro l’Iran: la fine delle ostilità non dipenderà da scadenze fissate dai vertici militari né da un eventuale negoziato, ma, secondo la sua previsione, arriverà all’indomani delle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026.

L’annuncio giunge mentre la campagna militare, avviata a fine febbraio da Stati Uniti e Israele come operazione lampo, è entrata nel suo settimo mese, in un contesto segnato dall’impennata dei prezzi dell’energia e dall’erosione del consenso interno.

Prima di partire per il Texas per l’appuntamento del 9 e 10 settembre, Trump ha sostenuto che la leadership iraniana stia deliberatamente prolungando i combattimenti per danneggiare il Partito repubblicano e favorire un cambio di maggioranza al Congresso. Nella ricostruzione presidenziale, le autorità di Teheran puntano all’elezione di un’amministrazione americana “debole”, così da allentare le pressioni internazionali e proseguire nello sviluppo dell’arma nucleare.

“Penso che la guerra finirà immediatamente dopo le elezioni, perché non possono resistere ancora”, ha dichiarato il presidente, definendo gli avversari “disperati”. L’ipotesi di un intervento diretto dell’Iran sul voto è stata però avanzata senza l’esibizione di prove pubbliche, e la Casa Bianca non ha chiarito il nesso causale per cui l’esito delle urne dovrebbe determinare automaticamente la cessazione delle operazioni.