Questa volta il mercato ha colto istantaneamente e prima di altri quanto il conflitto iraniano sia diventato intricato, aggrovigliato e quanto profonda sia la nuova, pericolosa fase di escalation in cui è entrato. Il prezzo del petrolio è schizzato oltre i 100 dollari al barile, un numero a tre cifre che non si leggeva sui listini da luglio scorso, con il Brent che ha subito un rialzo di oltre il 2% prima di assestarsi.

È tornato a galla lo spettro dell'estate di fuoco appena trascorsa e i timori che si addensano sono gli stessi di due mesi fa: mercati in profondo rosso, forniture destinate a rallentare sul mercato globale (o forse a non arrivare affatto), il rischio di una nuova fiammata d’inflazione, da una latitudine all'altra, mentre la oggi la Bce potrebbe aggiornare in peggio le sue stime sui prossimi mesi.

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UN FALÒ DOPO L’ALTRO

Mentre i numeri del petrolio ballavano, missili iraniani e americani continuavano a disegnare scie di fuoco nei cieli del Golfo: quando andavano a segno contro le navi cisterna, si potevano contare un falò dopo l'altro nello snodo ancora paralizzato. Gli Stati Uniti hanno colpito (in risposta ai missili sciiti) cinque petroliere iraniane: quattro nel Golfo omanita e una non lontana dall’isola strategica di Kharg. Navi inclinate, bucate o in fiamme: il panorama del Golfo è sempre lo stesso; un'altra imbarcazione è affondata. Adesso, però, dopo sei mesi di guerra, rischia di affondare anche l'economia mondiale, mentre iraniani e statunitensi si rifiutano di essere i primi a cedere.