Oppenheimer chi? L’unico vero kolossal sull’invenzione (e qui non nel suo uso) dell’atomica è in Concorso a Venezia 83. S’intitola DAU ed è diretto dal regista russo Ilya Khrzhanovsky. Un film-fiume – tre ore e quindici minuti, più un intervallo/intermission con countdown di 15 minuti – che attraversa la vita del fisico sovietico, premio Nobel nel 1962, Lev Landau (interpretato con istrionica esuberanza da Teodor Currentzis), ma ancora di più si immerge, si sporca, s’insozza nel post-rivoluzione russa e nel lungo periodo staliniano, tra il 1928 e il 1968, attraversando Leningrado, Kharkiv, Mosca e chissà quali set produttivi sperduti e incontrollabili (si parla di qualche repubblica ex sovietica) per le magniloquenti scene di massa.

Già, perché DAU ha un primo tempo in cui letteralmente ci si può, e ci si deve, perdere nelle lunghe sequenze di esterni: strade, piazze, ponti zeppi di comparse con mille costumi differenti, tram con fili elettrici che scintillano, cani veri e finti, topolini, biciclette, pezzi di carta, legno, stracci che volano, s’incendiano, si schiacciano a perdita d’occhio. Modalità di rappresentazione alla Sergio Leone, insomma, che non solo accompagnano Dau, il protagonista, come un puntino in mezzo alla folla, ma rendono la gente in strada – per capire: in una sola inquadratura ci saranno anche 500 persone – in mezzo al fango, alla terra, alla melma, protagonista di un’epoca storica in cui è la massa a diventare, a sua volta, protagonista della storia.