La megarissa in Piazza Umberto e il minacciato blocco di Venezia da parte dei bengalesi che vogliono edificare una moschea suggeriscono una visione inedita dei problemi legati all’immigrazione.

Il prerequisito della convivenza tra e con culture diverse è l’integrazione, o meglio l’assimilazione. I nuovi arrivati accettano le regole del Paese di accoglienza e vi si integrano. Invece sta succedendo il contrario, come d’altronde a suo tempo negli Stati Uniti.

Anziché inserirsi nelle pieghe di società ben stabilizzate, si creano isole estranee e autoreferenziali. Si prendano Chinatown, Little Italy, Hell’s Kitchen e Williamsburg a New York. Asiatici, italiani, altri italiani ed ebrei volontariamente reclusi in zone a sé, dove gli immigrati riproducono gli habitat di provenienza. Vi si crea quella che i sociologi definiscono enclave economy. Alejandro Portes e Min Zhou l’hanno ampiamente studiata. Questi quartieri creano un mercato del lavoro protetto e reti di capitale co-etnico. George Borjas sottolinea il rischio di una “gabbia dorata”: vivere e lavorare esclusivamente nell’enclave può rallentare l’apprendimento dell’inglese e frenare la parità salariale a lungo termine rispetto al mercato del lavoro generale. Le ricerche più recenti evidenziano che Flushing nel Queens o le comunità cinesi a Brooklyn non sono più lembi di territorio circoscritti. Si parla di enclave orizzontalmente connesse o, metaforicamente, di una “collana di perle” (string of pearls). I residenti possono abitare in un quartiere periferico e fare i pendolari verso i poli commerciali della propria comunità, trasformando l’enclave da un singolo perimetro geografico a una micro-economia diffusa su rotaia.