E se fosse arrivato il momento di smetterla di parlare di multiculturalismo? Se fosse arrivato il momento di guardare in faccia la realtà e di parlare di queste cose con sobrio e umano realismo, attenti, attentissimi ai principi, come dobbiamo essere, ma anche alla lezione della storia e dei fatti che sono sotto i nostri occhi (tra cui quello, decisivo, dell’immigrazione afroasiatica verso i Paesi europei)? Per ragioni storiche è normale che nelle nostre società il discorso pubblico sia prodotto, indirizzato e gestito dall’élite politico-intellettuale. È dunque questa élite politico-intellettuale — in grande maggioranza di sentimenti progressisti — che negli ultimi tre quattro decenni ha sostanzialmente determinato l’orientamento ideologico del discorso pubblico occidentale in un senso così favorevole al multiculturalismo e di conseguenza, sia pure con qualche sporadica riserva, anche all’immigrazione in quanto tale.
Lo ha fatto con il favorire l’idea che ormai fosse alle porte una società diversa da ogni altra del passato, non più caratterizzata da un gruppo etnico o una cultura egemone, bensì formata da una molteplicità di culture su un piede di parità. Una società dunque tenuta insieme non più dalla sua storia, dal suo passato, cioè dalla sua identità, bensì da un sistema di regole, di diritti e di doveri da tutti condivisi e naturalmente di corti di giustizia incaricate di assicurarne il rispetto.È per l’appunto sulla base di queste idee che per due-tre decenni il ceto intellettuale progressista occidentale ha considerato qualsiasi obiezione o messa in guardia contro l’immigrazione afroasiatica e le sue conseguenze come un pregiudizio frutto esclusivo di motivazioni di sapore etnicista e razzista. Convinto di avere dalla sua l’opinione comune ha creduto che il kebab, la musica reggae, e l’irreligiosità dilagante potessero far dimenticare alle masse popolari europee la loro storia secolare, le loro abitudini e il loro ambiente di vita, il legame con i propri luoghi, l’idea che questi gli appartenessero. Non solo, ma nel suo supponente razionalismo il progressismo occidentale ha pensato che a contatto con l’Europa anche l’Islam sarebbe stato soggetto al medesimo processo di secolarizzazione occorso al Cristianesimo; che avendo noi deciso di chiamare il Natale «Season’s Holiday» anche i musulmani prima o poi avrebbero deciso di interrompere con uno spuntino il loro Ramadan.








