Le ferite come ‘feritoie’ del futuro

Anche perdere ci appartiene

(Rainer Maria Rilke)

Sono le sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui, individuali e collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la novità

L’apparizione di un miracolo che proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta. Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio per questo l’apocalisse come rivelazione e opacità, trova il suo senso e la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta perché le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri di cinta. Esse, nelle fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce. Non c’è più filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki… ma solo la divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.