C’è una letteratura che non serve a passare il tempo, ma a misurarlo attraverso le cicatrici. È quella che nasce ai margini, dove la carta geografica si sfilaccia e il sangue si mescola alla terra o al ghiaccio. Due titoli recenti, pubblicati da Iperborea e Utopia ci portano dove l’identità non è un dato acquisito, ma un campo di battaglia.
Iniziamo dal Nord, ma scordatevi le cartoline rassicuranti della Groenlandia fatta di iceberg e silenzi millenari. In Una notte a Nuuk, l’esordio fulminante di Niviaq Korneliussen (tradotto con sensibilità da Francesca Turri), la capitale groenlandese è un groviglio di neon, alcol, messaggi WhatsApp e desideri compressi. Korneliussen lancia una granata dentro il perbenismo post-coloniale di un Paese che non ha ancora smaltito il trauma della dominazione danese.
Attraverso cinque voci che si alternano come in una jam session disperata, entriamo nelle vite di Fia, Sara, Ivik, Inuk e Arnaq. Sono giovani, sono queer, e sono stanchi. Stanchi di sentirsi groenlandesi secondo i canoni degli altri, stanchi di un isolamento che non è solo geografico ma esistenziale. La forza del libro risiede nella sua sfrontatezza: la scoperta dell’omosessualità non è trattata come un tema da salotto letterario, ma come una rinascita necessaria, un atto di sabotaggio contro il vuoto.










