Cinquant'anni dopo la morte di Mao Zedong, il suo ritratto domina ancora piazza Tiananmen. Ma quanto sopravvive davvero del "grande timoniere" nella Cina di Xi Jinping? Jean-Pierre Cabestan, tra i maggiori studiosi europei della politica cinese, sinologo e professore emerito alla Hong Kong Baptist University, distingue tra la continuità rivendicata dal Partito e le differenze tra i due leader. Se Xi ha riportato al centro il marxismo, il controllo ideologico e la fedeltà al capo, la Cina di oggi non è una replica di quella maoista: è più ricca, urbanizzata e tecnologicamente avanzata, pur restando sottoposta a un controllo politico capillare. A cinquant’anni dalla morte di Mao, quanto è ancora presente nella Cina di Xi Jinping? È principalmente un simbolo storico e una fonte di legittimità oppure il maoismo influenza ancora il modo in cui il Partito esercita il potere?«Il maoismo, come concetto, non esiste in Cina. Si fa invece riferimento al pensiero di Mao Zedong, che è ancora molto presente nella Costituzione del Partito e in quella dello Stato. Il suo ritratto è tuttora esposto in piazza Tiananmen e Mao continua a essere una componente essenziale della legittimità del regime. Il Partito, quindi, non lo abbandonerà mai. Con Xi Jinping si può parlare, in una certa misura, di un ritorno del maoismo, ma più in generale si tratta di un ritorno del marxismo. Xi insiste sul fatto che la Cina sia un paese socialista guidato dalla teoria marxista, e Mao naturalmente fa parte di questo quadro. Xi tiene inoltre a impedire qualsiasi critica a Mao, molto più dei suoi predecessori. Questioni come il Grande Balzo in avanti, la Rivoluzione culturale e il culto della personalità sono diventate estremamente difficili da discutere, almeno ufficialmente. Se si osservano i discorsi di Xi, però, Mao non viene menzionato così spesso. Rimane comunque nel pantheon del Partito comunista cinese». Dove vede le somiglianze più forti tra la Cina di Xi e quella di Mao? E dove, invece, il paragone si spinge troppo oltre?«Xi Jinping insiste innanzitutto sulla continuità storica a partire dal 1949: Mao ha costruito la nazione e posto le fondamenta dello Stato socialista, Deng Xiaoping ha avviato la modernizzazione, Xi ha reso la Cina non soltanto moderna, ma anche molto più potente. Con Xi assistiamo inoltre a una nuova concentrazione del potere. I suoi scritti e il suo lavoro vengono promossi in modo molto intenso dai media ufficiali. Il culto della personalità di Xi, tuttavia, è molto diverso da quello di Mao, che raggiunse manifestazioni estreme di amore e venerazione. Oggi Xi occupa una posizione dominante sui siti governativi e dei ministeri, spesso accompagnato da una sua citazione, ma non siamo al livello raggiunto sotto Mao. Anche sul piano della concentrazione del potere esistono differenze. Xi prende la decisione finale e ha concentrato nelle proprie mani un potere considerevole, ma rispetta le procedure e le regole del gioco molto più di Mao. Le riunioni del Politburo e del suo Comitato permanente, così come i congressi, si tengono regolarmente. Mao, invece, poteva decidere di rinviare congressi e plenum ed era quindi molto più arbitrario. Xi è chiaramente il numero uno. Ha promosso molti dei suoi protetti nelle posizioni chiave e continua a mettere alla prova i dirigenti per assicurarsi che non emergano ribellioni o fazioni abbastanza forti da indebolirlo». C’è anche un’altra differenza importante: Mao era disposto a mobilitare la società contro la burocrazia del Partito, mentre Xi sembra determinato a rafforzare il controllo del Partito.«È un punto fondamentale. Sotto Mao il regime era fortemente totalitario e la società veniva regolarmente mobilitata e costretta a partecipare a campagne politiche. Oggi la mobilitazione riguarda soprattutto i membri del Partito, i quadri e la burocrazia. Per loro è un periodo molto difficile: sono sottoposti a una forte pressione affinché studino il pensiero di Xi Jinping, si allineino alla leadership suprema e dimostrino fedeltà personale a Xi. Anche la campagna anticorruzione è servita a controllare il Partito e le province. In Europa, e in particolare in paesi come la Francia, si discute se Xi stia riportando la Cina verso un regime totalitario. A mio avviso, il fatto che la società rimanga fuori dalla politica è un forte indicatore del contrario. Quello di Xi è un regime autoritario, non totalitario. Alla società viene chiesto di rimanere fuori dalla politica. Sono soprattutto la burocrazia, i membri del Partito e i quadri a essere mobilitati attraverso campagne finalizzate a dimostrare fedeltà, obbedienza e allineamento alla leadership». La Rivoluzione culturale rappresenta un problema per la versione della storia promossa dal Partito. Come gestisce Xi questa contraddizione, continuando a presentare Mao come fondatore del paese?«La risposta breve è: ignorandola e imponendo il silenzio. Lo stesso avviene con il Grande Balzo in avanti. Si tiene tutto sotto il tappeto. Per gli accademici è molto difficile discutere pubblicamente o pubblicare su questi temi. Esistono gruppi di discussione privati e un’ottima letteratura sulla Rivoluzione culturale. Ci sono studiosi che continuano a lavorare su diversi aspetti di quel periodo, ma pubblicare in Cina è praticamente impossibile. Il silenzio è anche il modo migliore per sottolineare la continuità tra Mao, Deng Xiaoping, Jiang Zemin, Hu Jintao e Xi Jinping. Jiang e Hu, tuttavia, tendono a essere ridimensionati rispetto a Mao, Deng e Xi». La legittimità di Mao derivava dalla rivoluzione, mentre Deng si affidava sempre più alla crescita economica. Su cosa si basa oggi la legittimità di Xi Jinping?«Su una combinazione di stabilità, crescita economica (ancora in una certa misura) e modernizzazione. Xi vuole trasformare la Cina in un paese ad alta tecnologia, capace di competere con gli Stati Uniti nelle tecnologie avanzate e nell’intelligenza artificiale. Ma la caratteristica più evidente dell’era Xi è probabilmente l’aver reso la Cina più forte sulla scena mondiale, più ascoltata e più temuta. Pechino dispone oggi di una capacità di pressione molto maggiore per imporre le proprie posizioni e restringere le opzioni degli altri paesi. Questo vale per la Belt and Road Initiative, per la modernizzazione dell’Esercito popolare di liberazione e per le rivendicazioni nei confronti di Taiwan e degli altri vicini nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale». Il Partito si presenta oggi come custode tanto del marxismo-leninismo quanto della civiltà cinese. Tra le persone frustrate dalle disuguaglianze, dalla disoccupazione o dalla ricchezza delle élite può svilupparsi una nostalgia per Mao potenzialmente scomoda per il Partito?«In Cina esistono nostalgie di ogni tipo. La nostalgia per Mao è stata molto più visibile sotto Hu Jintao, quando la leadership era frammentata e Hu era un leader piuttosto debole. Prima dell’ascesa di Xi, figure come Bo Xilai promuovevano una sorta di neomaoismo. Oggi il quadro è più complesso. Alcuni guardano con nostalgia agli anni Ottanta, un decennio di apertura verso il mondo esterno e di relativa libertà, durante il quale molte cose erano possibili anche sul piano politico, almeno fino a Tiananmen. Altri rimpiangono gli anni Novanta, quando le persone sentivano di avere più opportunità e pensavano che il domani sarebbe stato migliore dell’oggi. La Cina era molto più povera, ma esisteva un ottimismo che oggi è venuto meno. Le persone sono più preoccupate per il futuro: pesano la disoccupazione, le conseguenze dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro e disuguaglianze sociali sempre più visibili, che non si comprende come possano essere ridotte. Esistono inoltre forti disparità nell’accesso ai benefici sociali, all’assicurazione sanitaria e ai servizi medici». Un tempo il Partito equivaleva quasi a Mao. Oggi è Xi a imporre il proprio modello personale al Partito oppure è il Partito stesso a ritenere necessaria una leadership centralizzata? Dove finisce Xi e dove comincia il Partito?«La revisione costituzionale del 2018 venne giustificata precisamente con questo argomento: viviamo in un contesto turbolento, le difficoltà aumentano e serve una leadership stabile. Da qui la necessità di mantenere Xi al timone. Questo argomento non è scomparso e continuerà a essere utilizzato per giustificare la sua riconferma nel 2027 come numero uno del Partito. Xi avrà 74 anni. Se sarà in buona salute, potrebbe rallentare alcune attività e delegare più potere al primo ministro, ma potrebbe anche essere tentato di tenere tutti al guinzaglio corto e conservare la decisione finale sulle principali questioni di politica interna, economica e di sicurezza. Naturalmente Xi ha bisogno del Partito. È a capo di un’organizzazione gerarchica che conta più di cento milioni di persone. Continuerà a promuovere volti nuovi, scegliendoli tra i dirigenti che già siedono nel Politburo o nel Comitato centrale e privilegiando quelli di cui si fida e che hanno ottenuto buoni risultati. Sarà un processo fondato sulla cooptazione di persone politicamente affidabili ed esperte: membri del Partito fedeli a Xi, ma anche competenti nel proprio lavoro. Non vedo alcun segnale che Xi voglia ritirarsi. Al XXI Congresso potrebbe assicurarsi la permanenza al potere almeno fino al XXII, nel 2032. Allora, a 79 anni, potrebbe pensare di ritirarsi o di rinunciare a una parte dei propri poteri. Al momento, però, non vi è alcuna indicazione in questo senso». Se guardasse la Cina di oggi 50 anni fa alla morte di Mao, oppure 25 anni all'ingresso nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, che cosa la sorprenderebbe di più?«La cosa più sorprendente è il livello raggiunto dalla modernizzazione e dall’urbanizzazione. È stata una rivoluzione enorme. Mai nella sua storia la Cina è stata, in media, così ricca e così urbanizzata. Per la prima volta è un paese nel quale il 70 per cento della popolazione vive nelle città. È una condizione molto diversa da quella di una società prevalentemente rurale e provinciale e produce molte incognite. Non sappiamo come si comporteranno nel tempo le popolazioni urbane. A mio avviso, la società cinese rimane molto avversa al rischio e attribuisce grande importanza alla sicurezza fisica, patrimoniale e personale. Non scambierà facilmente questa sicurezza con una maggiore libertà. La sicurezza resta la priorità e il Partito lo sa, facendo leva su questa esigenza. Quando Mao morì, l’intera società e tutta l’economia erano amministrate e non esisteva libertà d’impresa. Oggi l’economia è molto più mista, ma non è liberale e non è propriamente un’economia di mercato. È un sistema ibrido nel quale lo Stato conserva un ruolo centrale. Il sistema rimane fortemente guidato dal marxismo. Disprezza il capitalismo e tiene gli imprenditori al guinzaglio corto, che si tratti di Alibaba, di Jack Ma o di altri. Esistono imprenditori privati, ma lo Stato non è mai lontano. Questo non mi sorprende particolarmente. Come potrebbe il Partito comunista, al potere dal 1949, rinunciare al controllo dei settori strategici dell’economia? Non lo farà mai. Il Partito vuole rimanere al comando e assicurarsi che nessun imprenditore o capitalista privato raggiunga una posizione finanziaria o politica tale da minacciarne il potere. Finché il regime rimarrà in piedi, il Partito continuerà a essere il principale attore della politica, dell’economia e della società. Ciò che sorprende maggiormente è forse la persistenza di un controllo sociale tanto forte. Nonostante una modernizzazione senza precedenti e l’integrazione nell’economia mondiale, lo Stato ha conservato la capacità di impedire alla società di muoversi autonomamente».