Il 9 Settembre 1976, 50 anni fa, moriva a 82 anni Mao Zedong, il leader della Cina comunista e uno dei personaggi più rilevanti del Novecento, non solo sul piano politico. Fu uno stratega militare, un poeta e – soprattutto – un rivoluzionario. Nel 1934 guidò l’Esercito Popolare di Liberazione nella ‘Lunga marcia’, la drammatica ritirata militare di 12.000 km con cui ruppe l’accerchiamento delle truppe del Kuomintang di Chiang Kai-shek. Da allora fu il leader indiscusso contro nazionalisti e invasori giapponesi, fino alla vittoria nel 1949. Dopo la salita al potere intraprese una politica di rivoluzione permanente - famoso il suo <rivolgere i cannoni verso il quartier generale>. Promosse campagne discutibili che provocarono carestie (1959-1961) con decine di milioni di morti. E, dal 1966 al 1976, la Rivoluzione Culturale Proletaria che scatenò milioni di giovanissime guardie rosse per estromettere con spietate purghe la vecchia guardia del Partito Comunista e distruggere ogni residuo di borghesia, religione e tradizione: una furia iconoclasta che alienò gran parte del patrimonio artistico e architettonico cinese, provocò milioni di vittime e paralizzò il Paese tra università chiuse, studenti al lavoro nei campi e produzione industriale obsoleta.