Non c’è un secondo generato con l’intelligenza artificiale nell’“Odissea” di Christopher Nolan, il più acclamato, costoso, maestoso film di questa stagione. Tutto vecchio stile. È l’unica cosa sulla quale – fedele a rigorosi accordi di riservatezza -, si sbilancia Giacomo Mineo, l’italiano maestro dei visual effects che ha lavorato ad alcuni dei maggiori kolossal degli ultimi anni.

Non si fatica a crederlo, d’altronde. Il regista britannico non ha uno smartphone per paura di diventarne «terribilmente dipendente», non ha e-mail né profili social e gira i suoi film solo su pellicola. La sua definizione dell’IA è geniale: «Un cavallo di Troia trasparente». Ecco perché avere Mineo nella giuria del Reply AI Film Festival (i cui premi sono stati assegnati a Venezia durante la Mostra del Cinema) desta curiosità e al tempo stesso è un’opportunità per capire quale impatto, pregi e difetti, possano avere i modelli agentici sull’industria dei media, e più in generale sulle arti visive.

Mineo lavorava a Milano nella pubblicità ai massimi livelli, poi quindici anni fa la chiamata a Londra. «Il mio desiderio era fare cinema, e quando mi offrirono il quarto capitolo dei Pirati dei Caraibi ed Harry Potter mollai tutto». Da lì in poi, Percy Jackson e Guardiani della Galassia, “Terminator Genisys” e “The Martian”, Avengers, e “Mission Impossible – Fallout”. Via elencando fino alla collaborazione con Nolan, prima per “Oppenheimer” e ora per “L’Odissea” .