Per mesi, a proposito di The Odyssey, è circolata la stessa domanda, sussurrata tra addetti ai lavori e fan in attesa di indiscrezioni: come farà Christopher Nolan, il regista che ha fatto della propria insofferenza per il digitale un marchio di fabbrica, a mostrare Polifemo, le Sirene, gli Dei dell'Olimpo, senza arrendersi finalmente alla CGI? Un poema pieno di mostri, ninfe e creature impossibili sembrava l'occasione perfetta per la resa. Quella in cui anche il più analogico dei cineasti contemporanei avrebbe dovuto, per la prima volta, cedere alla tecnologia.Polifemo però, nel film, non esiste in un computer: esiste su una spiaggia greca, alto sei metri, costruito come un enorme animatronic capace di interagire fisicamente con Matt Damon. Non è un'eccezione isolata: è la conferma, quasi caparbia, di una filosofia che Nolan coltiva da vent'anni e che ha attraversato la distruzione di un Boeing 747 vero per Tenet e la ricostruzione pirotecnica di un'esplosione atomica nel deserto per Oppenheimer, di cui il regista ha sempre sostenuto, con una formula diventata quasi un mantra, di non aver usato un solo fotogramma di computer grafica. La tecnologia, in questo schema, è sempre stata il nemico da tenere a distanza, l'ombra che minaccia di rendere tutto un po' meno vero.Ma è qui che la storia si complica, ed è qui che il rapporto di Nolan con la tecnologia è davvero cambiato: non perché si sia arreso al digitale, ma perché ha spinto nella direzione opposta, quella per il reale, fino a un punto che nemmeno lui aveva mai raggiunto prima. Da quando, nel 2008, Il cavaliere oscuro divenne il primo blockbuster a usare camere IMAX per alcune sequenze d'azione, Nolan ha aumentato a ogni film la quota di pellicola in questione nei suoi lavori, fino a Oppenheimer, che ha richiesto a Kodak di inventare una pellicola IMAX in bianco e nero 65mm che, semplicemente, non esisteva. Ma anche lì, l'IMAX restava confinato alle scene di spettacolo: era una camera troppo pesante, troppo rumorosa, per i primi piani, per i dialoghi, per l'intimità di un volto che parla.Per The Odyssey questo limite doveva sparire. Nolan voleva un'epica che vivesse anche nei volti, non solo nelle totali di tempeste o di eserciti che si scontrano, e per farlo ha commissionato a IMAX una camera completamente nuova: un corpo in fibra di carbonio, un meccanismo il trenta per cento più silenzioso, capace finalmente di lavorare a pochi centimetri dal viso di un attore e di registrare un audio utilizzabile. Il risultato è il primo film della storia girato interamente con camere IMAX, dalla prima battaglia all'ultimo sussurro. Non un compromesso tra spettacolo e intimità, ma l'estensione di un unico strumento fino a coprire entrambi i registri.Tom Holland, durante la lavorazione, ha raccontato di essersi trovato davanti a sequenze che era certo fossero state generate al computer, per poi scoprire, confrontandosi con Nolan, che si trattava di effetti pratici girati in macchina. Nessuna CGI: solo una pianificazione la cui complessità rasenta l'ingegneria. È una testimonianza che racconta meglio di qualunque comunicato stampa cosa significhi, oggi, l'ostinazione di Nolan: non l'assenza di tecnologia, ma una tecnologia così sofisticata da rendersi invisibile, da somigliare a un miracolo artigianale.Quando parecchi anni fa studiavo al DAMS di Bologna ritrovavo in molti saggi un concetto che il teorico André Bazin aveva formulato, ovvero il cosiddetto "mito del cinema totale": l'idea che il cinema, fin dalla sua origine, sia stato guidato da un'ambizione di realismo integrale che precede gli strumenti capaci di realizzarla, e che ogni invenzione tecnica (il sonoro, il colore, il 3D) non sia che un passo ulteriore verso quell'idea originaria, mai del tutto raggiunta. Nolan applica lo stesso meccanismo, ma alla rovescia rispetto a come lo intendiamo oggi: dove l'industria usa la tecnologia per simulare il reale in modo sempre più convincente, lui la usa per evitare di doverlo simulare. Non insegue il fotorealismo digitale: insegue il reale stesso, e quando il reale non gli basta o non gli è disponibile, non utilizza un effetto speciale ma chiede a un'azienda di costruirgli uno strumento che ancora non esiste. Certo, va detto, è forse l’unico regista al mondo che possa permetterselo.Questo posizionamento, in un'epoca in cui i sindacati dei registi americani discutono apertamente di intelligenza artificiale generativa e di quanto lavoro creativo si possa delegare a un sistema automatico, smette di essere solo una stravaganza autoriale e diventa quasi un gesto politico. Un film con un cast di quel calibro, un budget di duecentocinquanta milioni di dollari, metri e metri di pellicola impressionata in giro per il mondo, location reali in Marocco, Islanda, Scozia, Sicilia, è la dichiarazione più costosa possibile che il cinema, per restare cinema, debba ancora occupare spazio, pesare, richiedere corpi umani in carne e ossa. È una macchina da presa che combatte un'altra macchina, quella generativa, opponendole peso, tempo e costo come argomenti.C'è però una contraddizione che vale la pena di non lasciar correre, perché complica il quadro proprio mentre lo rende più interessante. I biglietti per le sale IMAX in pellicola 70mm di The Odyssey sono andati esauriti con un anno d'anticipo, e quella scelta radicalmente analogica si traduce, paradossalmente, in un'esperienza di lusso, accessibile solo a chi vive vicino a uno dei pochi schermi certificati per riprodurla nella sua interezza. Difendere il cinema come esperienza fisica, totale, non mediata, significa anche costruire una gerarchia tra chi potrà vederlo come Nolan l'ha pensato e chi lo vedrà, semplicemente, in una sala non attrezzata o (sigh!) in streaming, tempo dopo.Forse è proprio questo il punto più vero della trasformazione: Nolan non ha smesso di credere nella tecnologia, ne ha solo ribaltato la funzione. Non più strumento per ingannare l'occhio ma per restituirgli ciò che vede davvero.
Come è cambiato davvero il rapporto di Nolan con la tecnologia (e cosa ci aspetta in The Odyssey)?
L'attesissimo film del regista sembrava un'occasione perfetta per arrendersi alla CGI, ma non è stato così












