Quel "poverissimo villaggio dall’aspetto arabo", nelle parole di Pietro Secchia, talmente piccolo e lontano da somigliare secondo Ernesto Rossi piú a una barca che a un’isola, è un simbolo, una chimera, una citazione, un rifugio, a volte un cliché, il rischio di un assioma, la paura di essere dimenticato. Ma rimane anche un monito e non solo un monumento. Ventotene, quella roccia persa nel mare, è il precipitato di ideali democratici, di libertà, utopie, sogni e progetti politici concreti, di pace e costruzione federalista, di antifascismo, di lotta alle disuguaglianze. Ventotene rappresenta (anche) altro rispetto al (solo) Manifesto: Liberazione, padri (e madri) costituenti, della Repubblica e dell’Europa unita.

Il Manifesto è effettivamente rivoluzionario, certo. Sia per la previsione di un partito rivoluzionario/giacobino su cui gli stessi autori tornarono immediatamente a interrogarsi in modo critico. Ma anche nel senso che mira a rivoluzionare i rapporti tra gli Stati e all’interno degli stessi, scardinandone i pilastri fondamentali. Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi abbozzano un’Europa federale e come tale perseguono e propongono che le nazioni europee cedano sovranità proprio nelle loro caratteristiche fondanti: la giustizia (la «bilancia»), l’esercito (la «spada») e l’economia (la «moneta»). Per questi ambiti il Manifesto propone il governo attraverso un’istituzione federale che superi le anguste dinamiche nazionali e statali.