di Francesco Vietti*

La “Rivoluzione dei fenicotteri” in Albania ha raggiunto il traguardo dei cento giorni. Cento giornate consecutive di proteste, in cui il tradizionale xhiro (giro) dei mesi estivi in cui scende in strada per una passeggiata serale si è trasformato in un rito di valore sociale e politico: nel boulevard centrale della capitale Tirana, migliaia di persone comuni senza simboli di partito si ritrovano per sfilare e far sentire la loro voce sotto i palazzi del potere.

Se inizialmente l’obiettivo era mirato a contrastare il progetto di costruzione di un grande resort turistico in un’area naturale protetta della costa, con tutti i danni ambientali del caso (da qui il simbolo dei fenicotteri, specie migratoria che vedrebbe compromesso il proprio habitat), nel corso di questi tre mesi le proteste si sono progressivamente ampliate per denunciare la corruzione della classe dirigente che da trent’anni guida il paese e la mancanza di trasparenza dei processi decisionali che coinvolgono il governo, i cosiddetti “investitori strategici” internazionali e i capitali finanziari provenienti dalle organizzazioni criminali.

Il tutto in un paese in cui, secondo i manifestanti, il rapido e a tratti incontrollato sviluppo del settore turistico e immobiliare ha portato a un aumento delle diseguaglianze economiche e sociali: grandi ricchezze concentrate nelle mani di pochi oligarchi da un lato, e dall’altro anziani con pensioni inadeguate e giovani costretti a continuare a emigrare.