Pubblichiamo un estratto del libro Cosa è successo alla democrazia liberale? di Daron Acemoglu, premio Nobel 2024 per l’economia, edito in Italia da Rizzoli. Al termine della Seconda guerra mondiale, gli uomini e le donne del proletariato britannico votarono contro Winston Churchill, malgrado la sua leggendaria leadership durante i giorni più bui del conflitto. Al suo posto, installarono un governo laburista che prometteva di mettere in pratica i principi sostenuti in tempo di guerra dal Beveridge Report, firmato dall’economista liberale William Beveridge. Il rapporto raccomandava uno Stato sociale che rendesse l’economia più equa, le unioni sindacali più forti, i servizi pubblici più ampiamente accessibili e la vita della gente meno precaria con l’assicurazione sanitaria nazionale e la previdenza sociale. In tutta Europa, furono eletti governi fautori di proposte analoghe. Negli anni Duemila, la situazione era ormai cambiata. Molti elettori erano convinti che la democrazia liberale si fosse rimangiata le sue promesse fondamentali. La crescita economica dopo la metà degli anni Settanta non sembrava affatto come quella degli anni Cinquanta o Sessanta. Le crisi energetiche del 1973 e del 1979 avevano causato brusche contrazioni economiche e una debilitante stagflazione (elevata inflazione e disoccupazione). La decelerazione economica fu temporanea e la produttività riprese a crescere negli anni Ottanta. Cosa che i salari non fecero. I salari statunitensi mediani al netto dell’inflazione, che erano cresciuti di oltre il 2,5% all’anno tra il 1948 e il 1973, erano in fase di stallo. Dal 1980 in poi, la crescita dei salari annua era appena dello 0,45 per cento. Perfino i salari medi, trainati da quelli più alti, non se la passavano meglio dei mediani. I salari medi e mediani raccontano solo una parte della storia. Gli operai e coloro che non possedevano un diploma universitario vedevano calare i propri stipendi, mentre professionisti, manager e impiegati in ambito tecnico continuavano a godere di una rapida crescita. Il più ricco 1% di famiglie statunitensi ha visto passare la propria quota di prodotto nazionale da circa il 10% nel 1980 a uno sbalorditivo 19% nel 2019. La loro quota di patrimonio totale del Paese era perfino più estrema: circa il 35 per cento. (...)