Non ci ha potuto la mafia, eppure siamo nel cuore di uno dei mandamenti più tristemente famosi di Cosa nostra. Non ci hanno potuto le facce tagliate del quartiere, le stesse che, al suo arrivo, le avevano consigliato caldamente di farsi gli affari suoi. Non ci hanno potuto i delinquenti che periodicamente rubano computer, schermi, vetrate e infissi e che lei, con un’ostinazione quasi incomprensibile per chi non conosce questa storia, ogni volta ricompra, ripara, rimette a posto, restituisce ai bambini. Nessuno, in questi anni, è riuscito a fermare Antonella Di Bartolo, brava, ostinata e coraggiosa preside dell’Istituto comprensivo Sperone-Pertini di Palermo. La ferma forse, per la prima volta, la burocrazia. O almeno ci prova. Perché allo Sperone, una delle periferie più povere e complicate di Palermo, c’è un asilo nido nuovo di zecca. È stato costruito con i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, i lavori sono terminati, la struttura è stata consegnata il 10 agosto. Ma i bambini non possono ancora entrarci.

Diciassette giorni dopo la consegna, il 27 agosto, abitanti, associazioni, insegnanti e rappresentanti delle istituzioni locali sono scesi in strada con le fiaccole per chiedere una cosa apparentemente elementare: che un asilo costruito per accogliere i bambini venga aperto ai bambini. Ed è qui che questa piccola storia di periferia diventa una perfetta storia italiana sul Pnrr. Perché costruire un edificio non significa automaticamente creare un servizio. Si può completare un’opera, certificarla, inserirla nelle tabelle delle cose fatte, segnare una casella verde nel monitoraggio dei finanziamenti europei. E poi scoprire che mancano gli arredi, gli allacci, la sistemazione degli spazi esterni, le recinzioni, il personale, gli ultimi adempimenti amministrativi. Il cemento c’è, insomma. Il servizio ancora no.