Un dio deve averlo anche Elon Musk – all’infuori di sé – e Plutone pare il candidato ideale. Dio delle ricchezze sotterranee, ma soprattutto signore degli Inferi: il nome che i greci preferivano ad Ade, quasi bastasse l’eufemismo a non inimicarselo. Al pluto-tecnocrate del nostro tempo, “il più celebre imprenditore-inventore al mondo” come recita la sinossi, il regista statunitense Alex Gibney ha dedicato il documentario Musk, presentato ieri fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Niente formula apotropaica in questo caso, ma stesso terrore reverenziale: “La cosa che mi ha colpito di più quando cercavo di intervistare le persone è stato scoprire una paura di parlare, quasi esistenziale, sia tra chi lo critica sia tra colleghi o amici”, ha detto il premio Oscar Gibney.

La cosa che mi ha colpito di più quando cercavo di intervistare le persone è stato scoprire una paura di parlare

Il 55enne magnate dei cieli (Starlink), dello spazio (SpaceX), delle strade (Tesla), della comunicazione (X, ex Twitter), dell’intelligenza artificiale (xAI) aveva provato a suggellare con il silenzio il suo impero privato. Di soldi per farlo, l’uomo più ricco del mondo, ne ha senz’altro.

Quaranta milioni di dollari: questa, ha raccontato al Lido Ashley St. Clair, ex influencer trumpiana, ex compagna di Musk e madre di uno dei suoi figli, la cifra che le sarebbe stata offerta in cambio del silenzio. Rifiutata: “Mi sono resa conto del potere delle cose che avevo da dire. Volevo dare un esempio ai miei figli: mostrare che non bisogna mai sentirsi a disagio quando si dice la verità”. Il regista, 72 anni, parla della “storia di un vino vecchio in una bottiglia nuova”. Ma se nel vino c’è Elon, allora dentro c’è quella che St. Clair ha definito senza mezzi termini “a nuke”, “una bomba nucleare”.