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Le maggiori consapevolezze legate alla sostenibilità ambientale e al benessere personale che negli ultimi anni si sono diffuse online e tra le giovani generazioni hanno avuto tra i molti effetti anche una maggiore attenzione alla composizione dei vestiti. Nella sua versione più semplicistica e mainstream, questa attenzione ha portato a una generalizzata avversione per i tessuti sintetici e soprattutto per il poliestere, che nel 2024 ha rappresentato quasi il 60 per cento delle fibre prodotte a livello globale.
È arrivato ad avere una reputazione così cattiva che nei paesi anglosassoni «polyester» viene usato nei meme per indicare la versione economica e poco curata di qualcosa, non solo nel campo dell’abbigliamento. Tutto questo sta portando, di contro, grande fortuna alle fibre naturali, soprattutto al cotone, che è invece spesso presentato come una soluzione più ecologica, migliore per la pelle e più elegante. Recentemente diversi esperti e commentatori hanno scritto di questa tendenza facendo notare che la questione è più complessa di così.
Il poliestere è spesso associato alla produzione dozzinale e di bassa qualità di aziende di ultra-fast fashion come la cinese Shein, ma anche a quella delle catene occidentali come Zara e H&M. In generale il motivo è che il poliestere costa poco rispetto a fibre ricavate da materie prime di origine vegetale o animale come il cotone, il lino, la lana o la seta, e chi produce vestiti pensati per essere venduti a prezzi bassi se ne avvale molto spesso.






