Kabir Maharjan e Sanjay Sah sono rimasti bloccati a 160 metri dall’uscita della galleria dopo l’alluvione. Hanno resistito al buio grazie a una sacca d’aria e bevendo acqua fangosa

Per nove giorni Kabir Maharjan beve a piccoli sorsi l’acqua fangosa in cui è immerso. Accanto a lui Sanjay Sah recita preghiere indù per non perdere la speranza. Intorno c’è solo buio. I due operai sono rimasti intrappolati in una sacca d’aria all’interno di una galleria della centrale idroelettrica Upper Trishuli 3A, travolta dal crollo di un ghiacciaio sopra la valle del Trishuli, in Nepal, il 26 agosto. Il disastro ha provocato almeno 1.399 morti e oltre 5.400 dispersi secondo gli ultimi dati ufficiali.

Quando i soccorritori riescono a raggiungerli, nove giorni dopo, nessuno dei due è più in grado di camminare. La loro storia è stata ricostruita da Reuters attraverso le testimonianze di familiari, ingegneri, funzionari e soccorritori coinvolti nelle operazioni di salvataggio.

La telefonata prima di entrare nel tunnel

La mattina del disastro Maharjan, supervisore meccanico, chiama la moglie Hira Shova alle 7.30, prima di iniziare il turno. Le dice che sta per entrare nella galleria e che all’interno non avrà campo. Circa un’ora dopo, il crollo di una parte del ghiacciaio sul Langtang Lirung, una quarantina di chilometri più a monte, genera un’ondata di acqua, fango e detriti che travolge la valle e investe diverse centrali idroelettriche.