Un agronomo, un commercialista e una sfilza di prestanome con partite Iva aperta tutte lo stesso giorno, società senza dipendenti, senza mezzi e con agricoltori fittizi, ma sulla carta erano tutti in attività. E’ la truffa dei fondi europei, di 1,7 milioni di euro, che il gip distrettuale del Tribunale di Catanzaro Andrea Odierno mette nero su bianco nell’ordinanza che ha portato a cinque misure cautelari, di cui due in carcere e tre ai domiciliari (LEGGI), nell’ambito di un’inchiesta che conta complessivamente 31 indagati (LEGGI). Un sistema che parte dal 2016 e arriva fino ai terreni della Toscana. Al centro c’è l’avvocato Gennaro Pierino Mellea, che compra, o fa comprare, centinaia di ettari tra Petrizzi e la provincia di Pisa. Terreni intestati, formalmente, alla sorella Magda, ma sostanzialmente, scrive il giudice nella sua disponibilità, per conseguire erogazioni pubbliche, per prendere i fondi Ue.
Il trucco per evitare il tetto massimo
Per eludere il taglio dei pagamenti massimi e le preclusioni del pagamento dei minimi, i meccanismi di “tetto massimo” e “degressività” previsti dalla Pac, la Politica Agricola Comune, i contributi ottenuti sarebbero stati spalmati su più teste compiacenti, formalmente detentrici dei terreni, che firmano un comodato, un affitto, e poi restituiscono tutto in contanti. E’ qui che entra in gioco Giorgio Amelio, agronomo di Catanzaro, “specializzato nella realizzazione di pratiche per l’erogazione di contributi agricoli”. E’ lui la mente tecnica, che con il cognato di Mellea, il commercialista Adriano Dara, decide le date, i numeri, le particelle. In questo modo il contributo veniva riconosciuto e pagato a più persone, poi consegnato in contanti a Mellea e talvolta a Danilo Abramo, con un fine preciso: far pervenire a terzi fittizi la titolarità del denaro per eludere potenziali misure di prevenzione patrimoniale, alle quali Mellea era già stato sottoposto e che temeva nuovamente.










