A trent'anni le donne italiane non diventano improvvisamente meno ambiziose. Ma è proprio a quell'età che la conciliazione tra vita personale e professionale diventa un problema. Lo dicono i dati Istat, secondo cui i Neet italiani (gli inattivi), nel complesso, diminuiscono. Eppure, basta disaggregare i dati, rielaborati rielaborati dal Laboratorio Dedalo di Fondazione Gi Group, per intercettare dietro il miglioramento generale una frattura profonda. Quella del divario occupazionale - e non solo - tra uomini e donne, che si allarga fino a diventare una voragine: secondo i dati Istat, tra i 30 e i 34 anni è Neet il 30,3 per cento delle donne, contro il 13,8 degli uomini. Oltre il doppio. Quando arrivano i figli la distanza cresce ancora: tra i 15 e i 34 anni è fuori da studio e lavoro il 49,4 per cento delle madri in coppia, contro il 18,3 per cento dei padri.È l'altra faccia di un dato che, preso da solo, sembra raccontare una buona notizia. I Neet tra i 15 e i 34 anni sono infatti scesi a 1,87 milioni, dopo aver superato i tre milioni nel 2018. Ma sono ancora quasi 700 mila gli over 30 che faticano a raggiungere una situazione di autonomia. Le donne, anche qui, sono protagoniste in negativo: rappresentano il 59 per cento del totale.A incrociare i dati, il quadro che emerge è quello di un cortocircuito tra mondo del lavoro, programmazione familiare e disparità di genere. Le ultime previsioni Istat stimano sempre meno nascite (circa 355 mila all'anno) fino al 2030, destinate a scendere a 335 mila nel 2050. Nello stesso periodo i cittadini attivi nel mondo del lavoro tra i 15 e i 64 anni potrebbero passare da 24,8 a 21,4 milioni: 3,4 milioni in meno. Terzo incrocio: una parte della generazione che potrebbe riempire quel vuoto lascia il Paese. Nel 2025 sono emigrati 183 mila italiani, con un'età media di 34 anni. Entro il 2050, secondo le stime Istat, potrebbero essere più le coppie senza figli di quelle con figli.Più che un inverno, quello all'orizzonte rischia di diventare un vero "deserto demografico". È questa l'espressione usata dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti a Cernobbio, dove ha annunciato che la prossima legge di Bilancio dovrà avere "un occhio di riguardo" al tema. Tra le ipotesi allo studio, annuncia, c'è anche un fondo pensione per ogni nuovo nato, con un possibile contributo pubblico da 50 euro al mese per i primi tre anni."Mi sembra più una suggestione che una soluzione", dice a L'Espresso Roberta Mori, portavoce nazionale della Conferenza delle Democratiche. "Per come siamo messi, per i costi della vita, i rincari delle bollette, abbiamo bisogno di soluzioni e non di suggestioni". L'idea, precisa, "potrebbe essere un elemento aggiuntivo in un panorama di sostegno ancora tutto da costruire". Le priorità, per Mori, sono prima ancora, altre: "Intervento sui redditi medio-bassi, salario minimo legale per come era stato proposto e affossato dal governo, congedi obbligatori parentali non trasferibili e retribuiti. Asili nido come diritto universale e non come bonus".Prima del futuro previdenziale dei bambini - secondo Mori - c'è il presente lavorativo dei loro genitori. E i numeri sui Neet mostrano quanto quel presente sia diverso per uomini e donne. "Dietro quell'acronimo ci sono tante vite", dice Mori. "È obbligatorio farsi una domanda politica, che non è solo quanti Neet abbiamo, ma chi, quando accade e perché. Una domanda che ci si fa troppo poco. Appena disgreghiamo i dati scopriamo una disuguaglianza enorme". Specie nel peso della cura. "La parola inattivi restituisce una leggerezza che non esiste. Molte di quelle giovani donne sono inattive per il mercato del lavoro in quanto tale, ma sono attivissime per il lavoro interno alle famiglie. Qualcuno può seriamente pensare che le donne italiane a 30 anni diventino improvvisamente meno ambiziose? No. A quell'età può subentrare anche un desiderio di maternità, mentre il lavoro di cura continua a essere distribuito in maniera non equa e diseguale. Diventa una questione femminista".E se vogliamo parlare per inglesismi, ai Neet si affianca la child penalty: "La maternità diventa un fattore di esclusione", una penalità. Un costo che pur non essendo soltanto economico diventa spesso "reddito perduto, part time spesso involontario, penalizzazione contributiva, per la pensione". E che finisce per condizionare la scelta stessa di avere figli: "Se una giovane donna continua a domandarsi se un figlio le costerà lavoro, carriera, dove possiamo arrivare? Dobbiamo permettere a una donna di poter dire: il mio desiderio di un figlio, senza perdere me stessa".La risposta, per Mori, passa prima di tutto da un cambio di prospettiva: "Dobbiamo passare dalla famiglia come ammortizzatore sociale alla cura come responsabilità collettiva", spostandone il peso dalle spalle delle donne. Significa nidi realmente accessibili, "non un parcheggio ma un'infrastruttura educativa", e congedi paritari e retribuiti, che sono "uno strumento economico ma anche un atto culturale, di fiducia verso i padri". Non ultimo, non trascurabile, il riconoscimento del lavoro dei caregiver: "Manca una legge nazionale. Non solo a supporto di chi cura, ma contro la solitudine dei più fragili. Anche il riconoscimento contributivo della cura, sottolinea, "fa parte delle politiche del lavoro".
Una madre su due, in Italia, è fuori dal mondo del lavoro: il divario di genere che affonda anche nei dati sui Neet
Mentre Giorgetti lancia l'allarme sul "deserto demografico" e il governo studia un fondo pensione per i nuovi nati, i dati mostrano l'altra faccia della crisi:








