La titanica impresa che spetta al Ceo Oliver Blume è quella di riorganizzare il gruppo Volkswagen, sprofondato in una crisi senza precedenti. A pesare sono le conseguenze del dieselgate, che ha imposto la svolta elettrica, il forte sbilanciamento verso la Cina, le politiche trumpiane e le difficoltà di Porsche, che con appena il 3% dei volumi arrivava a generare un quarto degli utili.

A rendere ancora più complessa l’operazione c’è la particolare struttura azionaria del colosso tedesco. Le famiglie Piëch e Porsche possiedono meno di un terzo del capitale, ma controllano oltre il 53% dei diritti di voto. Gli altri grandi azionisti sono il Land della Bassa Sassonia, con l’11,8% del capitale e il 20% dei voti con potere di veto, e il fondo sovrano del Qatar. Il flottante rappresenta invece il 42,3% del capitale.

Il gruppo soffre della visione “gigantistica” dell’era di Ferdinand Piech, che lo ha guidato tra il 1993 e il 2002 come amministratore delegato e che ne ha poi ispirato le scelte come presidente del Consiglio di sorveglianza fino al 2015, quando si dimise perché gli altri membri dell’organismo lo avevano sostanzialmente sfiduciato. Classe 1937, nato a Vienna e terzo figlio del matrimonio tra l’avvocato Anton Piech e Lousie, figlia di Ferdinand Porsche, il fondatore della casa di Zuffenhausen, il manager ingegnere ha contrassegnato un’era. Con lui il gruppo tentò di assicurarsi Rolls-Royce, ma si dovette accontentare di Bentley perché i diritti fondamentali del blasonato marchio britannico erano in capo a Bmw, rilevò Lamborghini e Bugatti, completando l’integrazione di Skoda. Alla guida del Consiglio di sorveglianza, lavorò per estendere l’influenza ai veicoli industriali con le acquisizioni di Scania e MAN (più complessa), e alle due ruote con Ducati. Soprattutto, riuscì a portare Porsche nel gruppo.