Migliaia di persone si sono radunate lunedì mattina davanti alla chiesa di San Luca, a Belgrado, per rendere omaggio a Ratko Mladić, l’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco morto il 27 agosto all’Aia, all’età di 84 anni. La bara, esposta nella chiesa prima della sepoltura, è stata circondata da bandiere serbe, fotografie del generale e immagini di sostenitori arrivati dalla Serbia e dalla Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina.

Il funerale si svolge in un clima fortemente politico. Per molti serbi Mladić resta il comandante che avrebbe difeso la popolazione serba durante la guerra degli anni Novanta. Per le vittime bosniache, per gran parte della comunità internazionale e per i tribunali dell’Aia è invece il responsabile di alcuni dei crimini più gravi commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mladić stava scontando una condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel 2017 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo aveva riconosciuto colpevole, tra l’altro, del ruolo svolto nel massacro di Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono uccisi oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi. La sentenza aveva riguardato anche l’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni e costato la vita a migliaia di civili.