Dietro la retorica dello spazio europeo, la competizione per le orbite basse resta una partita fra Stati, industrie nazionali e infrastrutture strategiche. L’analisi di Andrea Monti, docente di identità digitale, privacy e cybersecurity nell’università di Roma-Sapienza
Il 5 settembre 2026 l’azienda tedesca Isar Aerospace ha lanciato dal proprio poligono realizzato presso lo spazioporto norvegese di Andøya, Spectrum un vettore a due stadi che è riuscito a mettere in orbita bassa dei payload commerciali.
Si tratta certamente di una notizia importante sotto vari profili, dalla raggiunta capacità del settore privato di integrare e trasformare in prodotto industriale – e dunque producibile in serie – le tecnologie dell’aerospazio, alla riduzione della dipendenza da lanciatori Usa.. Ci sono, tuttavia, alcuni aspetti meno evidenti ma non per questo meno geopoliticamente rilevanti.
L’industria pesante tedesca entra nella partita spaziale
Il primo è che, nonostante la comunicazione generalista qualifichi il successo di Isar Aerospace come “europeo”, in realtà il risultato è a tutti gli effetti tedesco, ed è frutto di un ecosistema politico-industriale che sta scommettendo sull’acquisizione di un ruolo di vertice nel settore. Isar Aerospace, infatti, non è un soggetto isolato ma opera in un mercato interno competitivo dove anche altri operatori – uno su tutti, Rocket Factory Augsburg – stanno perseguendo l’obiettivo di creare un sistema produttivo in grado di rendere (relativamente) economica un’industria dei lanciatori entrando in concorrenza diretta con Usa e Cina.












