Con gas e petrolio ormai del tutto inutili alla causa del deficit e della spesa militare e senza più benzina e gasolio, l’unico salvagente rimasto a Mosca sono le oltre 2.200 tonnellate di lingotti da piazzare sul mercato di Hong Kong. Un po’ per nasconderlo, un po’ per fare cassa
Oro, quanto oro. Non è un richiamo a un celebre brano pop italiano degli anni Ottanta. Ma uno strano movimento lungo l’asse tra Russia e Cina. Chissà se c’è di mezzo quella stretta di mano tra Xi Jinping e Vladimir Putin, sui tappeti rossi dell’ultimo vertice della Shangai cooperation organization. O forse l’operazione era già architettata da tempo. Fatto sta che la Russia sta cercando di nascondere al mondo il suo oro, l’unico vero bene rimastole. L’unica certezza. Mentre i cittadini della Federazione fanno la fila al distributore nella speranza di assicurarsi l’ultimo gallone di carburante (oltre un terzo della raffinazione russa è fuori uso a causa dei raid ucraini) e la geografia del petrolio cambia colore (la Russia non vende più petrolio perché non lo estrae e non lo lavora), a Mosca non resta che aggrapparsi alle 2.200 tonnellate di oro, che assomigliano sempre più a un salvagente.
Lingotti che però se ne stanno andando in Cina, tra le braccia dell’alleata di una vita. Premessa: l’oro russo è stato estromesso dai mercati di Londra e New York, i centri delle transazioni globali, dopo che Stati Uniti e Regno Unito hanno iniziato ad attuare una fitta rete di sanzioni economiche all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. In risposta, la Russia ha strutturato nel tempo un mercato asiatico privo di restrizioni all’importazione, con baricentro Hong Kong. Tanto che, grazie all’afflusso massiccio di lingotti d’oro russi, Hong Kong, che era rimasta indietro rispetto a Londra, New York e Dubai nelle transazioni globali di oro, è emersa come un nuovo hub nel mercato globale del commercio del metallo giallo.






