Con l’inizio del nuovo anno scolastico (oggi prima campanella a Bolzano, poi via via si entrerà in classe in tutte le regioni) chi meglio di chi le aule le occupa ogni giorno, o le ha occupate fino a una manciata di settimane fa, dopo la Maturità, può dare consigli su come accrescere la qualità della scuola. Per migliorarsi tutti, dai docenti agli studenti, per creare un ambiente non solo didatticamente più efficiente, ma una microsocietà più giusta, equa ed empatica. La parola a loro. Queste sono le riflessioni di Claudia, Lorenzo, Martina e Vivian, scritti per La Stampa in rappresentanza del mondo degli studenti. Claudia Giocondo, Istituto G. Marcora (Piacenza)«Inizia un nuovo anno di scuola, con tutto il carico emotivo che porta. Di cose da migliorare ce ne sono tante, ma c’è un aspetto che su tutti mi sento di sottolineare. Ed è il fatto che ci viene chiesto di imparare, ma raramente di pensare. Di memorizzare pagine, ma quasi mai di metterle in discussione. Se vogliamo che l'istruzione torni a fare la differenza, dobbiamo iniziare a cambiare rotta su tre fronti fondamentali. La prima vera riforma riguarda le pari opportunità. Intanto una considerazione economica. Definire l'istruzione pubblica come “gratuita” è un'ipocrisia, purtroppo, di fronte ai bilanci familiari, continuamente gravati dai costi di libri, materiali e contributi. Fornire gli strumenti didattici a carico dello Stato non è un privilegio, ma la base del diritto allo studio sancito dalla Costituzione. Una scuola è democratica solo se azzera le barriere economiche e offre a ogni studente le medesime condizioni di partenza. In secondo luogo, serve superare la didattica passiva. Ripetere a memoria concetti per superare un'interrogazione non insegna a ragionare con la propria testa. L'aula deve diventare un laboratorio vivo basato sul confronto e sul dibattito. Solo mettendo in discussione ciò che si studia, e imparando a vagliare le fonti, si sviluppa quel pensiero autonomo indispensabile per interpretare la complessità del mondo. Infine, occorre cucire l'insegnamento addosso alla vita contemporanea. Proprio come insegnavano i classici, la scuola deve preparare alla realtà e non a se stessa. Uscire dal liceo senza aver mai affrontato la gestione delle risorse finanziarie, l’educazione affettiva e sessuale o i diritti e i rischi dell'era digitale significa consegnare agli studenti un diploma, ma lasciarli disarmati di fronte al presente. Integrare le discipline classiche con il mondo reale non è un'utopia, ma un'esigenza non più rimandabile. La scuola che vorrei dimostra quanto la cultura renda davvero liberi: prepara giovani menti a cose grandi, formando cittadini critici, consapevoli e pronti ad affrontare la vita». Lorenzo Karol Juras, neo diplomato Istituto Alberghierio Marsano di San Colombaro Certenoli (Genova)«A scuola ci siamo cresciuti tutti. Conserviamo bene i ricordi di come ci veniva insegnato a risolvere un’equazione, a prepararci per un'interrogazione o a capire che cosa è giusto scrivere in una verifica. E ricordiamo anche di come ci abbiano riempito di domande: da che scuola volessimo frequentare a quale indirizzo scegliere. E poi, quale università. Quale lavoro. Quale futuro. Quasi mai, però, ci hanno fatto una domanda semplice: “che scuola vorresti?”. Non quale scuola ti permetterà di prendere il voto più alto o ti preparerà meglio a un esame, ma quale scuola vorresti vivere? Quale sarebbe la scuola ideale per te? Una domanda quasi bambinesca che cela dietro di sé un mondo intero. Perché la scuola non è soltanto il luogo in cui impariamo la letteratura o la storia: lì impariamo a stare con gli altri, a conoscere noi stessi, a sbagliare, a sentirci diversi, a saper perdere e a poter ricominciare. Quindi dovremmo avere il coraggio di chiederci: la scuola di oggi è davvero all'altezza di questo compito? Perché sappiamo risolvere un problema di matematica, ma non sempre sappiamo cosa fare quando il problema siamo noi. Ci insegnano a parlare di rispetto, ma non sempre sappiamo riconoscerlo in una relazione. Studiamo i conflitti della storia, ma non necessariamente sappiamo affrontare un conflitto nella nostra vita di tutti i giorni. E forse questa è la contraddizione più grande: ci prepariamo per anni a sostenere esami e verifiche, ma molto meno spesso ci prepariamo a sostenere noi stessi. La scuola che vorrei io, infatti, dovrebbe riuscire a prepararci a ciò, non diventando più facile, ma più consapevole. Vorrei una scuola che non rinunci all'autorevolezza, ma che sappia distinguerla dall'autoritarismo. Una che sappia correggere senza umiliare e prevenire prima di dover ricorrere al punire, e nella quale si sappia spiegare prima di vietare e ascoltare prima di giudicare. Desidero una scuola dove un alunno non venga considerato soltanto in base alla media dei suoi voti o dove uno studente in difficoltà non debba vergognarsi di chiedere aiuto. Una scuola nella quale nessuno debba trascorrere gli anni più delicati della propria crescita sentendosi costretto a conquistarsi, giorno dopo giorno, il diritto di essere accolto per ciò che è. Vorrei una scuola nella quale gli adulti sappiano incontrare i giovani senza nascondersi dietro il proprio ruolo e nella quale i giovani possano sentirsi ascoltati senza dover rinunciare al proprio modo di esprimersi. Perché educare non significa soltanto dire cosa è giusto o sbagliato: significa dare a una persona gli strumenti per comprendere, scegliere e crescere. È da qui che partirei per immaginare la scuola che vorrei: una scuola che non ci chieda soltanto “che cosa sappiamo”, ma anche chi siamo, cosa proviamo e chi vogliamo diventare. E che ci aiuti, passo dopo passo, a imboccare il percorso per creare noi stessi. Perché il vero obiettivo dell'educazione non dovrebbe essere insegnarci soltanto a dare la risposta giusta. Dovrebbe insegnarci a diventare persone capaci di scegliere chi essere, come stare al mondo e come stare accanto agli altri, portandoci ad essere la miglior versione di noi stessi sempre, anche quando nessuno ci sta guardando». Martina Palma, neo diplomata all’Istituto Motzo di Quartu Sant’Elena (Cagliari)«La scuola è il luogo in cui trascorriamo gran parte delle nostre giornate, in cui impariamo, cresciamo e incontriamo persone che, in un modo o nell’altro, possono lasciare un segno nel nostro percorso. Eppure, quando si parla di scuola, troppo spesso si pensa soltanto alle materie, ai voti, alle interrogazioni e ai risultati. Ma la scuola è davvero soltanto questo? Secondo me, no. La scuola dovrebbe essere molto più di un luogo in cui si apprendono delle nozioni. Dovrebbe essere un luogo in cui si impara a vivere insieme, a rispettare gli altri e ad accettare le differenze. Dovrebbe essere uno spazio in cui nessuno si senta escluso, diverso nel senso di “meno importante”, o inferiore a qualcun altro. Perché non tutti siamo uguali e non tutti impariamo nello stesso modo. C’è chi comprende subito e chi ha bisogno di più tempo, chi è portato per una materia e chi lo è per un’altra. Questo non dovrebbe mai diventare un motivo per sentirsi meno capaci. Ed è proprio qui che, secondo me, diventa fondamentale il ruolo dell’insegnante. Un buon insegnante non dovrebbe limitarsi a valutare ciò che uno studente sa o non sa fare. Dovrebbe riuscire a vedere anche ciò che quello studente potrebbe diventare. Dovrebbe riconoscere le capacità di ognuno e aiutare a farle emergere. Anche un voto negativo non dovrebbe definire una persona. Dietro un’interrogazione andata male può esserci una mancanza di studio, certo, ma può esserci anche una giornata difficile, un problema personale o semplicemente un momento in cui non si è riusciti a dare il meglio. Non significa giustificare tutto, ma ricordarsi che ogni studente, prima di essere un voto, è una persona. Per questo credo che a scuola dovrebbe esistere sempre la possibilità di recuperare, di migliorare e di dimostrare di poter fare meglio. La scuola dovrebbe insegnare anche a stare insieme. Integrarsi non dovrebbe essere difficile e nessuno dovrebbe sentirsi solo all’interno della propria classe. Il rispetto, l’ascolto e l’attenzione verso gli altri dovrebbero essere parte dell’educazione tanto quanto qualsiasi altra materia. Alla fine, forse, non ricorderemo ogni argomento studiato o ogni voto ricevuto. Ma ricorderemo come ci siamo sentiti in quei corridoi, nelle aule e accanto alle persone che abbiamo incontrato. La scuola che vorrei è una scuola nella quale nessuno debba sentirsi meno degli altri per poter trovare il proprio posto. Una scuola che non formi soltanto studenti, ma persone capaci di stare nel mondo e con gli altri. Perché, in fondo, imparare a vivere insieme dovrebbe essere una delle lezioni più importanti che la scuola possa insegnarci». Vivian Morelli, Istituto Agostino Maria De Carlo, Giugliano (Napoli)«Vorrei che la scuola fosse un luogo in cui non si imparano solo le materie, ma anche cose utili per il futuro e per la vita. Secondo me la scuola dovrebbe ascoltare di più gli studenti e dare loro la possibilità di dire cosa pensano e cosa vorrebbero migliorare. Una cosa che cambierei è il modo di fare le lezioni. Passiamo tante ore sui libri e può essere difficile rimanere concentrati. Mi piacerebbe avere più attività pratiche, lavori di gruppo e laboratori, perché penso che facendo le cose sia più facile imparare e capire gli argomenti. Secondo me la scuola dovrebbe essere più coinvolgente e permetterci di partecipare maggiormente. Per questo penso che sarebbe utile aumentare le attività pratiche, i lavori di gruppo, gli esperimenti e tutte quelle attività che ci permettono di partecipare in prima persona. In questo modo, secondo me, sarebbe più facile capire e ricordare i concetti, perché non ci limiteremmo solamente a studiarli sui libri, ma potremmo anche metterli in pratica. Non ci sono bacchette magiche, sì che non è facile, ma anche da una piccola idea, da un piccolo spunto, può nascere un aggiustamento che ci avvicinerebbe. In fondo, siamo noi studenti a viverla ogni giorno e penso che anche le nostre idee possano aiutare a migliorarla. Mi piacerebbe quindi una scuola un po’ meno basata sulla lezione tradizionale e un po’ più dinamica e divertente, senza però perdere l’importanza dello studio. Credo che imparare possa essere anche piacevole, soprattutto quando ci sentiamo coinvolti e abbiamo la possibilità di fare, provare e sbagliare. Alla fine, secondo me, la scuola dovrebbe riuscire non solo a insegnarci delle cose, ma anche a farci venire voglia di conoscerle».