Nel giro di un paio di giorni il Tribunale del Popolo, che ha sede nei social, ha emesso il suo ultimo (forse) verdetto. Prima di tutto ha condannato alla galera immediata e possibilmente perpetua il violentatore-palpeggiatore di Torino, giusto come alternativa a lasciarselo consegnare nelle proprie mani, come è stato scritto sulla saracinesca del negozio in cui lavorava, abbassata per sempre. Con buona pace di quelli che in quel negozio ci lavoravano secondo le modalità in bianco e nero dei minimarket bangla, note a tutti e improvvisamente scoperte con la tradizionale ipocrisia italica non appena serve un capro espiatorio in più.
Il Tribunale del Popolo si pronuncia con decreti inoppugnabili, senza tanti fronzoli di garanzie. E quindi non ha rivisto la propria decisione quando ha appreso che non di stupro si era trattato, ma di un palpeggiamento su un seno. Certamente grave, ma diverso da una violenza carnale. Dopodiché ha messo sotto accusa e altrettanto condannato il giudice, la Gip di Torino, nel frattempo identificata con nome e cognome grazie alla solerzia del nostrano giornalismo d’inchiesta. Le è stato augurato, anzi pronosticato, tutto il male possibile con un verdetto condito di ogni genere di insulto e di indicazioni di quello che il Tribunale del Popolo avrebbe fatto al suo posto e lei avrebbe dovuto fare.











