ROMA. Undici febbraio 2025. A Parigi la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annuncia un piano da 200 miliardi per costruire l'industria europea dell'intelligenza artificiale. Aziende, data center, campioni tecnologici. Nome del piano: InvestAI. Diciotto mesi dopo quel piano stenta a decollare. Pochi gli strumenti operativi. Mentre il progetto più ambizioso, le AI Gigafactory, è ancora alla fase di selezione dei progetti. Sempre a febbraio del 2025 nella piana di Memphis, Tennessee, 59 turbine alimentate a metano vengono trasportate da una imponente colonna di tir. Servono ad alimentare Colossus, il gigantesco data center costruito da Elon Musk per la sua xAi. Tempo di realizzazione: 100 giorni. Costo: 30 miliardi. È così grande da richiedere più energia di quanta la rete elettrica locale sia in grado di fornire. E quelle turbine, contestate per l'impatto ambientale, diventano la soluzione più rapida con il placet del governo federale. Parigi e Memphis sono due immagini della stessa corsa all'intelligenza artificiale. Da una parte gli Stati Uniti (e la Cina) impegnati ad aumentare nel minor tempo possibile capacità di calcolo ed energia. Dall'altra l'Europa, che prova a recuperare terreno tra finanza e politica industriale frammentata: mobilitare capitali, sostenere fondi che investono nelle imprese e costruire un ecosistema tecnologico. I 200 miliardi dell’Ue Ma cosa sono quei 200 miliardi? Il primo equivoco da chiarire è che non si tratta di un fondo. Né di soldi a disposizione. Non sono una dotazione né servono a creare una OpenAI europea. Sono un obiettivo di investimento costruito combinando risorse pubbliche e capitale privato. Cinquanta miliardi dall'Unione europea, altri 150 da investimenti annunciati da grandi gruppi privati. Secondo diverse fonti sentite da La Stampa, quei 150 miliardi non corrispondono a impegni vincolanti da parte dei privati, ma rappresentano una stima che Bruxelles punta a mobilitare.