di Lorenzo Pastugliadomenica 6 settembre 20264' di letturaMonza è il punto da cui riparte tutto. Per Rubens Barrichello, tornare all’Autodromo significa attraversare più di trent’anni di vita, ritrovare con la memoria la Ferrari e Michael Schumacher, riaccendere il ricordo di vittorie e incidenti. Se ieri pomeriggio è sceso in pista per alcuni giri d’onore sulla F2002, l’auto del primo trionfo a Monza, di mattina si è lasciato andare ripercorrendo il passato, mentre oggi, a 54 anni, non ha ancora smesso di sentirsi un pilota. La prima volta a Monza risale al 1992, quando correva in Formula 2000 con il team padovano «Il Barone Rampante» e cercava di imparare i segreti delle piste. A dargli una mano fu un tale Alex Zanardi: «Mi insegnò a guidarci. Ero giovane e lui mi spiegò tutto, curva per curva. Stavo cercando di capire ogni circuito e ogni dettaglio. Quando scoprì che ero di origini venete, come lui, si legò tantissimo a me».IL RICORDO DI MICHAEL
Poi lo sguardo volge inevitabilmente al magico Michael, omaggiato per i 30 anni dal primo trionfo con la Ferrari e in Brianza e compagno di Rubens per sei stagioni a Maranello: «Una storia bellissima, vedere le sette stelle (su divise, caschi e auto, ndr) mi emoziona. Con lui sono stati anni incredibili. Quando penso a quella Ferrari penso soprattutto al lavoro di gruppo, dall’aerodinamica al motore, dal telaio alle gomme. Tutti lavoravano nella stessa direzione e Michael ne era il riferimento. È stato troppo importante per la F1, dovremmo ricordarlo tutti i giorni». Il tedesco era anche il metro con cui Barrichello voleva misurarsi. «Quando ho detto al signor Jean Todt (team principal) che volevo avere le mie possibilità, volevo sapere quanto fossi bravo accanto a lui. Era un confronto continuo». Fuori dalla pista c’erano anche momenti spensierati, semplici: «Una volta andammo insieme a Disneyland, a Orlando. Non lo si poteva immaginare da fuori, vedendoci nei nostri ruoli di numero uno e numero due». Oppure a pranzo: «Se avevo un amico con me e Michael non aveva il suo, si sedeva a mangiare con noi. Per me è quello che è diventato magico, cioè il lavoro insieme». E quando a volte c’era da prendere un’idea sullo sviluppo dell’auto «Michael diceva spesso “Decide Rubens”. Ho imparato a migliorarla nel tempo, e ho avuto il feeling di aver fatto parte di quella storia». Per questo non accetta che quella Ferrari venga raccontata soltanto attraverso Schumi: «Quando qualcuno dice “Ha vinto Michael e Rubens non ha vinto”, non capisce niente. Contava la squadra». Un'organizzazione nella quale ogni componente aveva il proprio ruolo. «Il gommista faceva il gommista, ognuno aveva una competenza. Se l’aerodinamica non funzionava, non si puntava il dito contro nessuno. Era una cosa fatta insieme e, se si vinceva, si vinceva insieme». Tra gli aneddoti più belli c’è quello della bistecca promessa da Ross Brawn, allora d.t. del team, durante i test al Mugello. Barrichello era già da 10 giorni in Italia e stava per tornare a casa dal figlio, allora di un anno: «Stavo facendo le valigie, ma Ross mi disse che avevano bisogno di me. Avevo un figlio piccolo, di un anno, e sono molto legato alla mia famiglia. Allora arrivò lui e mi disse: “Ho una cosa buona e una cosa brutta da dirti. La cosa brutta è che devi rimanere il giorno dopo. La cosa buona è che ti offro la miglior bistecca del mondo a Firenze”. Quando sono tornato in Italia pochi giorni fa, gli ho mandato una foto della carne dello stesso ristorante, dicendogli che mi mancava».Michael Schumacher, parla la moglie Corinna: "È diverso, ma è qui""Michael mi manca ogni giorno". Corinna Betsch rompe il silenzio dopo che - da quasi tredici anni, da que...I TEST INFINITI













