Sarail lavora in una lavanderia di Roma, è in Italia da cinque anni, la sua famiglia in Bangladesh. In attesa di cominciare le pratiche per il ricongiungimento, invia a casa circa 200 euro al mese. Riesce a pagare le spese sanitarie e le sue figlie possono proseguire gli studi. Leila lavora in un’azienda agricola del circuito di accoglienza Sai, dopo essere uscita dalla tratta del lavoro sessuale. Da vent’anni invia regolarmente denaro alla famiglia in Brasile: ha comprato una casa alla madre e sta ristrutturando un monolocale per la sua vecchiaia.Ammonta a 905 miliardi di dollari il denaro delle rimesse internazionali nel 2024, i soldi che le persone straniere inviano alle famiglie nel Paese di origine. Un report dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni (OIM) stima che l’anno scorso la cifra sia salita a 913 miliardi. «Durante il Covid, ci si aspettava che le rimesse sarebbero crollate, a causa della crisi economica e lavorativa, invece sono aumentate», racconta Daniele Frigeri, ricercatore presso il Cespi (Centro studi di politica internazionale). Frigeri si occupa di rimesse dal 2007, è advisor scientifico del Working group of remittances e direttore dell’Osservatorio sull’inclusione finanziaria dei migranti. «Le rimesse – prosegue – sono anticicliche: quando si creano situazioni di difficoltà nei Paesi d’origine, tendono ad aumentare. In alcuni casi superano persino gli aiuti pubblici allo sviluppo e gli investimenti diretti esteri». Anche qui da noi, secondo Banca d’Italia, nel 2025 le rimesse hanno raggiunto un volume di 8,6 miliardi di euro, con un incremento del 3,9% rispetto all’anno precedente.La rimessa è una parte strutturale della migrazione e assume funzioni diverse. «Nei movimenti di prima migrazione dal Bangladesh – racconta Frigeri – arrivano uomini soli che sostengono la famiglia e dopo il ricongiungimento, la rimessa cambia il suo scopo. Per molte culture africane è centrale, invece, il sostegno alla comunità. E poi c’è la dimensione dell’investimento, comprare una casa nel Paese di origine dove invecchiare». In contesti caratterizzati da sistemi di welfare deboli o assenti, le rimesse possono anche contribuire ad ampliare le differenze economiche tra le famiglie che le ricevono e quelle che non hanno parenti emigrati.Un’indagine campionaria su 1.300 migranti in Italia, ha mostrato che il 15% ha effettuato investimenti nel proprio Paese d’origine. Buona parte delle entrate è destinata ai consumi (83%), il 13% viene destinato al risparmio e il 4% viene inviato come rimessa. «I numeri ufficiali riguardano soltanto la parte delle rimesse che passa attraverso operatori regolamentati. Esiste poi una componente, che varia tra il 10% e il 25% a seconda delle comunità, che transita tramite canali non regolamentati: amici, parenti o sistemi molto più organizzati».I canali telematici, come i wallet digitali, stanno facilitando molto questi processi, tuttavia, il denaro contante rimane ancora il principale strumento di ricezione. Spiega Frigeri che l’impatto delle rimesse in contanti, però, resta limitato al contesto familiare e oggi il nodo centrale è la finanziarizzazione delle rimesse. «Quando si riesce a canalizzare questo flusso di denaro all’interno delle istituzioni finanziarie, si genera risparmio, depositi e quindi un effetto moltiplicatore sull’economia». In Perù, alcune banche cooperative hanno creato conti di deposito vincolato: una parte della rimessa veniva accantonata e, sulla base di quella garanzia, la famiglia poteva ottenere un credito per ristrutturare casa. «In questo modo la rimessa non serve più soltanto a comprare legna o pane, ma sostiene investimenti produttivi e sviluppo economico».Anche per questo, durante il G8 dell’Aquila del 2009, si decise di ridurre il costo delle rimesse al 5% su proposta della Banca Mondiale, riconoscendone un ruolo importante per lo sviluppo. Tanto che l’obiettivo è stato inserito nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni unite, che prevede la riduzione del costo delle rimesse al 3%, con un massimo del 5% su tutti i corridoi.Ricorda Frigeri che anche per l’Italia le rimesse hanno rappresentato un contributo decisivo al boom economico. «Le migrazioni sono un fattore strutturale dell’umanità. Non mi piace l’idea che vadano governate. Secondo l’economista e filosofo Amartya Sen bisogna mettere le persone nelle condizioni di realizzare ciò che desiderano fare. Questo vale anche per la migrazione. È controproducente alimentare una narrativa negativa sull’immigrazione, soprattutto in un Paese in cui quasi il 9% della popolazione è composta da persone nate all’estero. Da una parte si incentivano nuovi ingressi attraverso i decreti flussi, dall’altra si costruisce un racconto pubblico che alimenta diffidenza e ostilità. È una contraddizione evidente», osserva Frigeri. Un esempio è la proposta avanzata da Donald Trump di tassare le rimesse e introdurre un prelievo dell’1% sui trasferimenti di denaro verso l’estero; questa misura colpirebbe duramente milioni di persone migranti soprattutto in Messico, il secondo Paese che riceve maggiori flussi di denaro dopo l’India. «Di fatto, si tratta di tassare un risparmio già tassato: una persona percepisce uno stipendio, paga le imposte sul proprio reddito e, se decide di inviarne una parte alla famiglia nel Paese d’origine, viene tassata una seconda volta». Le rimesse, aggiunge, anche in Italia vengono spesso presentate come risorse sottratte all’economia, quasi fossero fondi pubblici: «Non dimentichiamo – conclude Frigeri – che si tratta del risparmio delle persone, che dovrebbero essere libere di utilizzarlo come ritengono opportuno».