In tempi di guerre per la guerra, senza uno scopo visibile e raggiungibile che non sia protrarre la stessa guerra, da Gaza all’Iran, dal Libano all’Ucraina, non è inutile tornare a guardare l’opera di Francisco Goya (1746-1828). In lui si impone progressivamente, sino a dominare, il sentimento dell’inferno, un gigantismo del male, erede del Giudizio Universale della Sistina, ma come fosse un Michelangelo che non può più credere al trionfo di Dio, incapace di sceverare il bene dal male. La ricerca di Goya è una implacabile rappresentazione dei mostri che abitano la Storia.

Francisco Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”, la tavola n° 43 dei “Capricci”, 1799. (foto VCG Wilson/Corbis via Getty Images)

La sua Crocefissione del 1780 (chiara l’ispirazione a Diego Velázquez e Guido Reni) permette a Goya l’ingresso nella Reale Accademia di San Fernando, a Madrid; ma dove rivela le sue sensazionali capacità d’introspezione psicologica è nel ritratto La famiglia dell’Infante Don Luis di Borbone, mostrando una formidabile tecnica nel disegno, nelle forme, nell’effetto luce, sempre ispirandosi all’inesauribile lezione di Velázquez.

Nella famiglia reale, Goya ricerca i difetti e i caratteri più umani che regali, con una capacità che deriva probabilmente dalla conoscenza della pittura veneta, presente anche in Velázquez, di rappresentare i soggetti in una situazione mai vistosa. I colori sono tenuti bassi, ma in tutta la gamma cromatica possibile. Le straordinarie trasparenze, la pittura d’anima, di coscienza fanno di Goya l’erede naturale di Velázquez, ma rispetto al maestro risulta meno “ariostesco” e più drammatico.