Per chi è nato a Monza, in particolare negli anni Novanta, il primo weekend di settembre vuol dire ancora oggi una cosa sola: il Gran Premio di Formula 1. Avendo la fortuna di abitare a una manciata di metri dall’ingresso dell’Autodromo, ho visto questo sport evolversi radicalmente negli ultimi trent’anni. Sono cresciuta con il mito di Michael Schumacher e della Ferrari, sentendo fin dentro il salotto di casa il rombo spaccatimpani dei V10 che giravano in pista e vedendo la marea rossa di tifosi sfilare sotto il balcone. Il mito del Cavallino e la passione per i motori, per me, sono nati esattamente lì.

Da bambina ricordo le tende e le migliaia di tifosi tedeschi che già una settimana prima iniziavano ad accamparsi ovunque nel Parco, pronti ad accaparrarsi il posto migliore. Allora era tutto più caotico, viscerale, spontaneo. C’erano le scale appoggiate al muro di cinta, gente appollaiata sulla murella o arrampicata sugli alberi pur di sbirciare qualche centimetro d’asfalto nel lungo rettilineo che da Biassono porta a Lesmo, i buchi nelle recinzioni e la corsa a infilarsi in qualche punto non sorvegliato. Da ragazzina andavo in bici o a piedi con gli amici a caccia di quei varchi sopravvissuti, tentando di mischiarmi alla folla. Qualche volta ci riuscivamo, ed è capitato anche di tornare a casa con un copertone liso, scarto della gara, stretto tra le mani come un trofeo inestimabile. E poi le volte con i pass avuti da amici di amici, o quella coppia di sconosciuti che, a pochi minuti dal via, ci donò i propri biglietti per un imprevisto.