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Il regalo più grande che mi ha fatto mio papà Guglielmo è stata la passione che ha plasmato e guidato tutta la mia vita, personale e professionale. Quella per navigare a vela. Il suo era un modo di andare per mare molto istintivo ed essenziale, poco supportato dalla tecnologia e dagli agi. A bordo di Speranza le informazioni meteo si ascoltavano dal bollettino Meteomar via radio, due volte al giorno, segnandole sul diario di bordo per non dimenticarle, e la rotta la si tracciava con linee leggere di matite sulle carte nautiche. Le notti erano i suoi momenti preferiti, quando si potevano vedere le stelle e lasciare che l’intuito, più che i sensi, guidasse i gesti. Quando passavamo nelle vicinanze di una costa mi invitava a scrutare attentamente il buio del mare per scorgere la luce di un faro: significava che eravamo al sicuro, perché sapevamo dove ci trovavamo e dove ci stavamo dirigendo.
Quei fasci di luce che squarciavano il nero erano il nostro appiglio. Per cementare – anche se forse non intenzionalmente – l’amore per la vela, mio papà mi fece leggere fin da piccola i libri di Bernard Moitessier, il navigatore solitario francese diventato famoso per aver circumnavigato una volta e mezzo il mondo in solitario senza fermarsi mai, approdando in Polinesia francese dopo diciotto mesi, nel 1969. Grazie a lui, il semino della dolcezza della vita nei Mari del Sud si insediò dentro di me, e anni e anni dopo germogliò. Ma questa è un’altra storia. L’autore di La lunga rotta, che da allora continua a ispirare i sogni di tanti che in mare trovano la pace, diceva che la sua barca a vela aveva un’anima.








