“Ho la consapevolezza che ormai sono alla fine e che è venuto davvero il tempo di sciogliere le vele… Vorrei proprio in questi ultimi giorni che si trovassero cammini di riconciliazione visibile con voi e che fosse possibile incontrarci e vederci … Spero che questo avvenga prima che io me ne vada”. Suonano come un testamento spirituale queste parole scritte da fratel Enzo Bianchi al priore di Bose, Sabino Chialà, nel giorno della Trasfigurazione, il sei agosto scorso.
Prima della sua dipartita avvenuta all’inizio di questa settimana, il fondatore della comunità tra le colline del Piemonte e la Serra di Ivrea ha fatto per primo un passo nella speranza di iniziare un cammino verso la pacificazione con chi ha voluto che sei anni fa fosse allontanato per sempre dalla realtà che aveva fondato. Senza clamore, nel silenzio della sua cella alla fraternità della Madia, Bianchi – sfidando forse anche il parere di altri monaci e monache – ha scritto questa missiva a fratel Chialà. Una lettera scoperta in queste ore perché è stata pubblicata sul sito della comunità di Bose. Bianchi, consapevole del suo corpo ormai fragile, ha tentato in tutti i modi di tendere una mano ai fratelli e alle sorelle che nel 2020-21 avevano assistito alla sua cacciata con un decreto del Vaticano, senza dire una sola parola a sua difesa.











