Roma,6 settembre 2026 – L’antieuropeismo non è un corpo estraneo che abbia assalito l’Unione dall’esterno. In parte è un suo figlio politico. Quando Bruxelles ha smesso di apparire come il luogo nel quale scegliere fra alternative e si è presentata come l’ufficio che certifica ciò che non può essere altrimenti, la protesta ha cambiato bersaglio: dalle politiche è passata al sistema. Quando la tecnocrazia ha sancito che non esisteva alternativa, il populismo ha risposto che esisteva un solo popolo e un solo capo capace di interpretarlo.

Per decenni l’integrazione europea è vissuta su un "consenso permissivo". Pace, prosperità, mercato comune e libertà di movimento legittimavano l’Europa attraverso i risultati. Fritz Scharpf distinse fra una legittimità in entrata, prodotta dalla volontà dei cittadini, e una in uscita, affidata all’efficacia. L’Unione eccelleva nella seconda e rimandava la prima: governava per gli europei più di quanto fosse governata dagli europei.

Finché i risultati sono apparsi convincenti, l’asimmetria è rimasta sopportabile. La crisi del 2008 e poi quella dei debiti sovrani, però, la resero visibile. Parametri, spread, memorandum e riforme strutturali entrarono nel vocabolario delle famiglie senza diventare materia di una vera contesa europea. Vivien Schmidt ha descritto quella stagione come un governo attraverso le regole e un comando attraverso i numeri: la necessità economica prendeva il posto della scelta, mentre i governi sottoscrivevano a Bruxelles decisioni che, tornati a casa, attribuivano a Bruxelles.