Roma, 1 luglio 2026 – In Europa, tra le pieghe di una stagione politica segnata da crisi successive e adattamenti forzati, comincia a intravedersi finalmente uno schema. Non un disegno compiuto, né una visione coerente nel senso classico dell’integrazione comunitaria, ma una linea di convergenza pragmatica che nasce dalla pressione degli eventi più che da una rinnovata fede europeista. Il recente vertice E5 – che ha riunito le principali potenze del continente – ha reso visibile questo mutamento: la priorità non è più l’armonizzazione normativa o l’ambizione regolatoria, bensì la costruzione di una capacità autonoma di difesa e la messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento strategiche.

Si tratta di un cambio di paradigma rilevante. Per oltre un decennio, l’Unione ha investito gran parte del proprio capitale politico nella regolazione: digitale, ambientale, finanziaria. Oggi, invece, il baricentro si sposta verso la dimensione più classica della potenza statale: sicurezza, industria, politica estera. La burocrazia e la normazione sono ancora eccessive in molti settori, ma almeno c’è una concentrazione sulle questioni strategiche fondamentali. La guerra in Ucraina ha agito da catalizzatore, ma non è l’unico fattore. Il progressivo disimpegno americano dal teatro europeo, o quantomeno la sua crescente imprevedibilità, ha imposto una presa di coscienza che fino a pochi anni fa appariva prematura.