ROMA – Non ci sono più risorse, dal governo ci aspettiamo rispetto anche sulla mancanza di mezzi finanziari per proseguire l’attività a Taranto». I sindacati metalmeccanici, il giorno dopo l’avvio della procedura di licenziamento dei primi 2.500 addetti delle imprese dell’indotto dell’area a caldo dell’ex Ilva, lanciano un nuovo allarme: a inizio ottobre — anche ipotizzando esiti positivi dei ricorsi presentati alla Corte d’Appello sulla decisione di luglio che impone lo stop agli altoforni al 28 ottobre — non ci saranno le condizioni per continuare a produrre. Oltre alla mancanza della disponibilità di materie prime, che si stanno già riducendo, non ci sarebbero fondi «per far marciare gli impianti residui, pagare stipendi e fornitori e anticipare la cassa integrazione».
Fim, Fiom, Uilm e Usb ricordano che nell’ambito del plafond da 390 milioni approvato dall’Unione Europea come prestito ponte in attesa della cessione delle Acciaierie d’Italia, il governo ha autorizzato già tre tranche: una da 149 milioni e altre due da 100. I soldi sono quasi finiti. Situazione di cui chiederanno conto martedì nell’incontro a Palazzo Chigi, cercando impegni del governo a livello finanziario. La procedura di vendita non si è conclusa e la vicenda non si chiuderà in fretta. Mercoledì, invece, ci sarà l’udienza legata alla richiesta di sospensiva della decisione di chiudere l’area a caldo da parte del tribunale di Milano.













