Antonio Picasso
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«Il gas offshore sta diventando sempre più strategico per Israele. Lo è da vent’anni, ma nello scenario post-pandemico è diventato assolutamente fondamentale», spiega Francesco Sassi, ricercatore in geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. Per Israele il Mediterraneo orientale non è più soltanto un confine marittimo. Rappresenta una delle infrastrutture strategiche del Paese. I grandi giacimenti offshore di Tamar e Leviathan, insieme a Karish, Tanin e alle nuove aree messe a gara, hanno trasformato uno Stato storicamente povero di risorse energetiche in un produttore di gas capace non solo di coprire gran parte del proprio fabbisogno, ma anche di esportare verso i vicini. Il ministero dell’Energia israeliano stima complessivamente in circa 850-870 miliardi di metri cubi le riserve recuperabili offshore del Paese. Nel 2024, si è raggiunta una produzione di 27,1 miliardi di metri cubi (Bcm) di gas. Circa metà destinati al mercato interno e metà esportati soprattutto verso Egitto e Giordania.
Il punto è che il gas ha modificato strutturalmente la vulnerabilità israeliana. Una parte rilevante della produzione elettrica dipende oggi dal metano e la disponibilità di una fonte domestica riduce l’esposizione alle importazioni e agli shock sui mercati internazionali. In una fase segnata da conflitti prolungati e da una forte mobilitazione dell’apparato militare, questa autosufficienza acquista un valore ancora maggiore. Secondo Sassi, «senza queste risorse gassifere Israele non potrebbe sostenere tutte le guerre che sta combattendo, o almeno non con la stessa intensità e con la stessa capacità di circoscriverne le conseguenze economiche». Proprio perché alimentano contemporaneamente Israele e una parte del suo vicinato, Leviathan, Tamar e gli altri giacimenti non sono soltanto riserve di gas. Sono ormai asset economici, militari e diplomatici. La loro protezione è diventata uno degli elementi meno visibili, ma più decisivi degli equilibri del Mediterraneo orientale. La mappa delle installazioni mostra quanto questa trasformazione abbia ormai una dimensione militare oltre che economica. Piattaforme, gasdotti e rotte energetiche sono protetti dalla Marina israeliana con pattugliamenti, corvette, sommergibili e sistemi di sorveglianza.








