“Intendiamo aumentare la quota di petrolio che si può estrarre nei nostri mari”, ha detto la premier Meloni a Bari ribadendo un proposito già espresso nel suo discorso di insediamento nel 2022. Spinta dalla crisi di Hormuz, l’Italia prova a diversificare le sue fonti energetiche. Le risorse marine naturali, a lungo trascurate, tornano così al centro dell’agenda politica. Ed è il momento di avviare finalmente l’eolico in mare, anche per ridurre gli esorbitanti costi della bolletta elettrica
La politica marittima italiana procede con regolarità lungo le linee di azione del Piano del mare del 2023, già approvato nella sua seconda versione per il triennio 2023-2026. Gli spazi di giurisdizione marittima extraterritoriale del Paese sono stati tracciati con l’istituzione di aree provvisorie della Zona economica esclusiva (Zee) e con la creazione della Zona contigua. In questi spazi il Piano stabilisce che “La produzione nazionale di idrocarburi, in particolare di gas, riveste rilevanza strategica quale leva per rafforzare la sicurezza energetica, ridurre la dipendenza dall’estero…”.
In parallelo si chiarisce che le fonti di energia rinnovabile provenienti dal mare costituiscono un punto di forza del sistema energetico e industriale nazionale. L’eolico d’altura, in particolare quello galleggiante (Floating Offshore), rappresenta perciò “un pilastro della transizione ecologica e della politica marittima integrata dell’Italia”. Dipendente energeticamente dall’estero per petrolio, gas ed elettricità dal nucleare, in difficoltà per la chiusura di Hormuz e dei flussi di gas provenienti dal Qatar, il nostro Paese ha scoperto con le crisi in atto (ma il costo del greggio era già quadruplicato nel 1973 durante la guerra tra Egitto ed Israele) la sua fragilità energetica. Naturale quindi che, oltre ad incrementare i flussi di gas da Algeria, Libia e Tap, si voglia sviluppare una filiera nazionale per affrontare futuri possibili shock.







