C’è una celebre affermazione di Gary Becker, economista di orientamento liberale e premio Nobel per l’economia, secondo cui la migliore politica industriale è quella che non viene realizzata. Formulata nel 1985, questa affermazione, che si pone nel solco della grande tradizione di pensiero della cosiddetta Scuola di Chicago e di Friedrich von Hayek, sintetizza una diffidenza a lungo dominante nel pensiero economico liberale verso la capacità dello Stato di sostituirsi (anche solo in alcuni casi) ai meccanismi di mercato. Alla base vi erano soprattutto i limiti informativi dei decisori pubblici e il rischio che l’intervento fosse condizionato da interessi particolari.

Negli ultimi quindici anni questo atteggiamento è profondamente cambiato. La politica industriale è tornata al centro dell’azione pubblica attraverso incentivi agli investimenti, sostegno alla ricerca, politiche per la transizione energetica e interventi a favore di tecnologie e filiere strategiche. A favorirne il ritorno è stata anche la trasformazione degli assetti geoeconomici: di fronte alle politiche adottate dalla Cina e, più recentemente, all’attivismo industriale degli Stati Uniti, anche l’Europa ha dovuto interrogarsi sugli strumenti necessari a preservare la propria capacità produttiva, tecnologica e strategica.