Episodi come il visto rilasciato dall’ambasciata d’Italia di Minsk a uno dei principali sospettati del tentato attacco con droni esplosivi contro lo scalo di Lipsia non nascono nel vuoto. Si innestano su un sistema che, quattro anni dopo l’invasione dell’Ucraina, continua a mantenere aperti canali di ingresso ben più ampi di quanto la retorica della fermezza europea lasci intendere. L’opinione di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
Il filo che lega un ufficio consolare in Bielorussia a una pista aeroportuale tedesca è più corto di quanto si vorrebbe credere. A settembre 2026 le autorità investigative tedesche hanno attribuito alla Russia il tentato attacco con droni esplosivi contro lo scalo di Lipsia/Halle, che ha preso di mira aeromobili cargo DHL e infrastrutture critiche (1). Uno dei principali sospettati risultava in possesso di un visto Schengen turistico rilasciato dall’ambasciata d’Italia a Minsk: non è transitato fisicamente per il territorio italiano, ma la porta d’accesso all’area Schengen gli è stata garantita proprio dai canali consolari di Roma (2). Ursula von der Leyen e Mark Rutte hanno parlato senza mezzi termini di un atto di guerra ibrida condotto da Mosca; Berlino ha risposto chiudendo il consolato generale russo a Bonn e la “Casa russa” di Berlino, mentre l’Italia si è trovata al centro di pressioni internazionali per chiarire le falle nei propri controlli (3).











