Il conflitto in Ucraina si sta trasformando con nuove strategie militari contemporanee. Ma la resilienza ucraina e il sostegno occidentale continuano a limitare l’efficacia delle operazioni russe, mantenendo il conflitto in una fase di prolungata incertezza. L’analisi del generale Carlo Jean

Nelle ultime settimane, il mancato attacco di droni russi nell’aeroporto tedesco di Lipsia ha sollevato notevoli dibattiti in Occidente e consolidato la sua coesione nel supporto dell’Ucraina. È un classico caso di fallimento della guerra ibrida il quale provoca un effetto boomerang rispetto a quello che si proponevano i suoi organizzatori. Se l’attentato fosse riuscito, esso avrebbe avuto come risultato un rafforzamento del sostegno dell’opinione pubblica al governo tedesco nella sua politica di aiuto all’Ucraina. Lo stesso capiterebbe in Italia qualora un sabotaggio eclatante colpisse il nostro Paese. I partiti pro-russi dovrebbero fronteggiare grossi problemi e subirebbero una diminuzione dei loro sostenitori oggi molto numerosi.

Nel dibattito si è assistito a una notevole differenza di valutazioni su che cosa è la guerra ibrida e su quali siano i suoi rapporti con la guerra guerreggiata. Contrariamente a quanto molti sostengono, la guerra ibrida non è un fatto nuovo nella storia. È sempre esistita in parallelo ai conflitti e anche alle competizioni geopolitiche fra gli Stati. Lo stesso temine “guerra ibrida” è stato pubblicizzato in Occidente da uno dei massimi esperti militari, Mark Galeotti, che ha attribuito quest’ultima a una forma caratteristica del conflitto da parte della Russia, interpretando come un suo esempio il volume dell’attuale Generale Valerij Gerasimov, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Russe, che dirige i combattimenti di quella che Putin continua a chiamare “operazione militare speciale” in Ucraina, volta a riportare il Paese, nell’ambito della “Grande Russia” per ricostituire il tradizionale Impero terminato nel 1991 con il collasso dell’Urss.