Pubblicato il: 05/09/2026 – 6:55
di Giorgio Curcio
TORINO Un uomo da nascondere, appartamenti sicuri, un viaggio verso Milano e una rete pronta a muoversi per sottrarre alle ricerche uno dei latitanti della ’ndrangheta calabrese. Nelle conversazioni criptate Vincenzo Pasquino e Christian Sambati ne parlano come di uno «serio», un riferimento alla sua caratura criminale. Dietro quel termine, secondo la ricostruzione accolta dal gup di Torino Giovanna Di Maria nelle motivazioni della sentenza del rito abbreviato dell’operazione “Samba”, si nascondeva Filippo Morgante, indicato negli atti come esponente apicale della cosca Gallico di Palmi. Morgante doveva scontare una condanna definitiva a 16 anni e 9 mesi di reclusione per associazione mafiosa e reati in materia di armi. Durante la latitanza sarebbe passato anche dal Piemonte e dalla Lombardia, trovando assistenza proprio nell’ambiente che ruotava attorno a Pasquino. Il giudice ritiene provato che quest’ultimo gli abbia assicurato ospitalità in immobili nella propria disponibilità a Torino e che Sambati lo abbia accompagnato, almeno in un’occasione, da Torino a Milano. Nel processo “Samba”, Pasquino è stato condannato complessivamente a 10 anni di reclusione, mentre Sambati a 12 anni. Per quest’ultimo il giudice indica espressamente un aumento di otto mesi, prima della riduzione per il rito, proprio per il reato di favoreggiamento della latitanza contestato al capo 15. Pasquino, invece, è stato ritenuto responsabile di tutti i reati a lui ascritti.






