Roma, 5 settembre 2926 – Sul fine vita Giorgia Meloni non sente ragioni: la legge non s’ha da fare. Anzitutto perché la premier probabilmente condivide personalmente le obiezioni di carattere etico della componente clerico-conservatrice di Fratelli d’Italia guidata dal sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, accusato dagli oppositori di simpatie lefebrviane.
Ma soprattutto perché la materia è incandescente sul piano politico-culturale, oltre che etico. E a rischio di procurare ulteriori divergenze interne con la componente più codina dell’elettorato di centrodestra, che va dagli stessi Fratelli d’Italia alla Lega. Ma riguarda in primo luogo la contesa col sempre più competitivo Futuro Nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci, laico per professione ma confessionale per scelta.
Scontato che dopo l’approvazione della legge regionale veneta il tema tornasse all’ordine del giorno dell’agenda politica. Dopo le amministrazioni di centrosinistra di Toscana, Sardegna e Emilia Romagna, il consiglio regionale di Palazzo Ferro Fini è il primo di centrodestra ad aver approvato una norma sulle procedure di assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito; sebbene in vero la Regione Lombardia abbia a sua volta adottato procedure amministrative per consentire le procedure nei limiti stabiliti dalla Corte costituzionale.













