Non compare come un monumento, meno che mai un monumento mitologico “germanico”. Non ha la solennità di un palazzo che pretende di essere ammirato. È piuttosto una cosa che sembra essersi fermata nel mezzo di un movimento: vetro, cemento, acciaio, linee orizzontali e verticali che continuano però a muoversi, verso il cielo, verso gli alberi. Se fosse filosofia, i tre edifici centrali del Bauhaus di Dessau sarebbero molto più Walter Benjamin che Hegel. Meno che mai la volontà di potenza di Nietzsche. Eppure in questa estate c’è tensione, dentro le stanze e attorno al Bauhaus. La destra radicale tedesca è data altissima nei sondaggi. La stella di AfD, Ulrich Siegmund, va in giro su un motorino della Ddr e incassa una copertina dello Spiegel che, definendolo «l’uomo più pericoloso della Germania», forse gli fa un favore. Domani si vota in Sassonia-Anhalt, e potrebbe essere il primo Land a finire a AfD, visto che il partito è in ascesa, venti punti sopra la Cdu del cancelliere Merz, e sta tra le varie cose rilanciando una campagna molto aggressiva contro il Bauhaus, definendolo antitedesco e sostenendo che bisogna dare più peso e valore a Bismarck e Nietzsche, appunto, che a Gropius, Klee, Kandinsky. In queste palazzine bianche, che per anni hanno rappresentato il mito de “l’altra Germania”, vivevano Gropius, Moholy-Nagy, Feininger, Kandinsky, Klee e altri protagonisti della scuola, assieme alle loro famiglie, che il nazismo costrinse a emigrare. Ovviamente AfD non vuole fare al Bauhaus quello che nel ’33 fecero i nazisti: chiuderlo e far fuggire i suoi geni in America. Anzi, AfD rivendica apertamente di non essere un partito nazista. Ma magari vogliono togliergli finanziamenti, o al limite centralità, in una percezione “alla tedesca” della cultura della Germania contemporanea. Hans-Thomas Tillschneider, responsabile culturale di AfD, ha spiegato a fine agosto perché il Bauhaus sia diventato un bersaglio politico: «Il Bauhaus rappresenta lo sradicamento. E lo sradicamento dell’architettura. Il Bauhaus è l’architettura della globalizzazione». Qualcun altro, senza tema di ridicolo, ha detto: «Basta col Bauhaus simbolo della cultura woke». Oggi se vuoi ammiccare a destra basta che attacchi il woke. Poco mancava che rispolverassero l’etichetta del ’37, Entartete Kunst, “arte degenerata”: questo per il nazismo erano le avanguardie. La ragione di questa battaglia di AfD, che appare lunare anche a tanti elettori del suo partito, e sicuramente al Cancelliere Merz, è che il Bauhaus di Gropius era internazionalista, sperimentale, interdisciplinare. Proprio per questo divenne un bersaglio del nazionalsocialismo: “moderno”, “internazionale”, “cosmopolita”, “bolscevico”, estraneo alla tradizione tedesca. Il nazismo lo chiuse nel ‘33. Gropius finisce a Harvard, Mies van der Rohe a Chicago. E questa è storia. AfD non chiede ovviamente la chiusura, ma una riscrittura della storia forse sì. Una specie di revisione nella Kultur tedesca. Se entri nei giardini del Bauhaus, gli edifici Haus Gropius e Haus Moholy-Nagy trasmettono ancora una forza che impressiona, benché furono distrutti e le strutture attuali sono deliberatamente delle interpretazioni contemporanee delle loro sagome originarie. I giardini sono ordinati ma non ornamentali. Il viaggiatore rallenta. Il giardino è già una forma di architettura, gli alberi fanno da pareti, i sentieri sono corridoi, le ombre cambiano continuamente la geometria del luogo. Molto squadrato eppure arioso, aperto, come camminare per aria nel cielo, un manifesto opposto all’atmosfera di torbido irrazionalismo che faceva tanto Germania anni Venti e Trenta e contro cui, forse, il Bauhaus nasce. Oggi sono i giorni di un anniversario importante, a Dessau sono in corso grandi eventi per il centenario dello spostamento della Bauhaus da Weimar, due mostre, Glass | Concrete | Metal, e Flip | Beat | Shape, il festival organizzato per il centenario. Che AfD consideri “anti-tedesco” questo luogo può sembrare l’ultima bizzarria, che peraltro rilancia una campagna senza successo avvenuta anni fa. Solo che nel frattempo la destra è enormemente cresciuta, e tutto appare da Dessau due volte perturbante, non solo per la storia ma perché questa piccola città è rimasta una enclave intellettuale cosmopolita, con gente che viene da fuori (la stessa direttrice Barbara Steiner non è tedesca ma austriaca). La Germania come potrebbe essere, contrapposta alla Germania che sta salendo impetuosamente. La Germania dell’Est che avrebbe potuto essere, anziché consolidarsi in roccaforte della destra. La direttrice Steiner guida un gruppo dirigente di tutte donne e un solo uomo. Ci dice che in effetti preoccupazione c’è, confermandoci tutta questa nostra strana sensazione: «Noi siamo una Fondazione di diritto pubblico, seguiamo con grande interesse e preoccupazione gli attuali sviluppi della politica culturale in Sassonia-Anhalt, poiché la salvaguardia a lungo termine della capacità di funzionamento delle istituzioni e un approccio basato sui fatti alla storia e al presente sono cruciali per il buon esito delle attività educative e di divulgazione». In effetti, lo scenario che si delineerebbe in Sassonia-Anhalt con una vittoria di AfD sarebbe abbastanza diverso: «Sebbene - dice Steiner a La Stampa - un cambio di governo non comporti automaticamente l’adozione di misure specifiche, le priorità delineate nei programmi e nelle dichiarazioni pubbliche sono di fondamentale importanza per le decisioni di finanziamento, la composizione dei comitati e gli orientamenti programmatici: ambiti in cui stiamo attualmente osservando una significativa restrizione del concetto di cultura». Si restringono spazi e orizzonti. Germania first. Bauhaus, benché non faccia politica, la fa nel modo più alto possibile, la cultura a monte della politica: «Al contrario – osserva la direttrice - la Fondazione è fermamente impegnata a favore di una concezione di cultura aperta e pluralistica, che tenga conto della complessità storica e promuova diverse prospettive. Una politica culturale che privilegi le narrazioni nazionali, escludendo di conseguenza altre prospettive, si pone in diretta contraddizione con una comprensione transnazionale del patrimonio culturale e della pratica artistica. Un simile sviluppo finirebbe per ostacolare la diffusione dell’eredità del Bauhaus e per ridurne irrimediabilmente l’influenza internazionale». Non avremmo, ci permettiamo di osservare lasciando quei giardini, una Bauhaus più piccola, ma una Germania e un’Europa più deboli, alla mercè dei suoi nemici, siano essi i “grandi tedeschi” di AfD, o i loro sponsor al Cremlino.
L’ultimo nemico di AfD al voto in Sassonia, “l’altra Germania” del Bauhaus
Domenica 6 settembre il voto per Magdeburgo. Barbara Steiner, la direttrice della fondazione bollata come antitedesca: «L’AfD ci attacca cancellando i fatti e …










