“A 14 anni, quando scegliamo la scuola superiore è difficile capire subito cosa vogliamo fare in futuro”, racconta N., al quarto anno di un istituto tecnico. Assieme ad altri 64 ragazzi e ragazze di istituti tecnici, professionali e percorsi regionali IeFP, N. è una delle voci raccolte nel dossier Attraversamenti. La formazione tecnica e professionale: tra percorsi di riforma, equità e orientamento con cui il Polo Ricerche di Save the Children e Ipazia Ricerche hanno analizzato l’introduzione della formula 4+2 nella formazione tecnico-professionale. La riforma mira a ridisegnarla, consentendo agli istituti di attivare percorsi quadriennali con accesso diretto agli ITS Academy, i corsi biennali post-diploma di alta specializzazione tecnica, ma anche all’università, ai canali di formazione terziaria non universitaria IFTS e all’esame di Stato. Dopo due anni di sperimentazione, il 4+2 entra nell’offerta ordinaria del secondo ciclo. Per il 2026/27 le iscrizioni online ai percorsi quadriennali sono state 10.532, quasi cinquemila più dell’anno precedente, ma rappresentano ancora una quota ridotta dei nuovi iscritti alle superiori, stimata nel dossier intorno all’1,9%. La promessa della filiera, quindi, è quella di valorizzare un’istruzione spesso raccontata come di serie B. Come ricorda Raffaela Milano, Direttrice Ricerca di Save the Children Italia, “Il sistema di istruzione secondaria tecnica e professionale in Italia oggi è uno specchio delle disuguaglianze educative”, in cui esperienze di avanguardia coesistono con contesti di povertà strutturale e formativa.Quasi la metà degli studenti delle superiori frequenta istituti tecnici e professionali; eppure, nel 2026/27, il 55,9% delle domande di iscrizione è andato ai licei, contro il 30,8% ai tecnici e il 13,3% ai professionali. La distanza non è soltanto quantitativa: negli istituti tecnici le ragazze sono il 31,8% degli iscritti, nei professionali il 44,2%, mentre nei licei arrivano al 61,5. Il punto, però, non è soltanto far scegliere a più ragazzi un indirizzo tecnico, ma mettere studentesse, studenti e famiglie nelle condizioni di capire che cosa si stia scegliendo. Non sempre sono chiare le differenze fra titoli, le connessioni tra i quattro anni e gli ITS Academy, le possibilità di passaggio fra percorsi diversi e gli sbocchi dopo il diploma. Per Save the Children, l’orientamento rischia di riprodurre stereotipi e disuguaglianze, anziché contrastarli.La scelta, del resto, non si compie nel vuoto. R., al quarto anno di un istituto professionale - un'altra voce raccolta dal report di Save the Children - racconta le difficoltà di centinaia di ragazzi a cui magari capita di trovare un indirizzo scolastico che gli piace, ma doversi confrontare con la distanza da casa o i costi elevati del materiale richiesto per i corsi: “Diventa anche questo un ostacolo molto grande per alcune famiglie che fanno più fatica dal punto di vista economico”. “Selezione implicita”, così il dossier definisce l’insieme degli ostacoli che spingono molti ragazzi ad abbandonare la scuola o a compiere scelte di cui non sono pienamente convinti. Non si tratta di un’esclusione dichiarata, ma di una serie di vincoli che ricadono sui ragazzi che provengono da famiglie con minori risorse, hanno un background migratorio, vivono in territori con meno servizi o arrivano alle superiori dopo percorsi scolastici già accidentati.Nella discussione sulla filiera 4+2, il passaggio dai cinque ai quattro anni è quello più visibile. Per gli studenti intervistati, tuttavia, la questione centrale è un’altra: la possibilità di tornare indietro, correggere una decisione, cambiare indirizzo senza accumulare ritardi o perdere opportunità. N. teme che una scelta fatta “anche in maniera abbastanza superficiale”, perché assunta a 14 anni, finisca per concentrare gli studenti troppo presto in un settore, riducendo le possibilità di lavoro anche fuori dalla scuola scelta. Il problema riguarda in particolare gli adolescenti con traiettorie non lineari, che arrivano alla formazione professionale dopo bocciature, cambi di indirizzo o difficoltà personali e familiari. Una filiera pensata come un percorso continuo può essere utile, ma se diventa troppo rigida rischia di non intercettare proprio i bisogni di chi ha meno margini per scegliere bene alla prima occasione.La riuscita della filiera 4+2, poi, non dipenderà soltanto dalle regole nazionali, ma dalla possibilità di trovare sullo stesso territorio scuole, enti di formazione e imprese disponibili a collaborare e collegamenti che rendano i percorsi realmente raggiungibili. Dove queste reti funzionano e progettano insieme, la riforma può rendere più lineare il passaggio dalla scuola alla specializzazione. Dove l’offerta è frammentata o poco visibile, rischia invece di accentuare le disuguaglianze territoriali. La distribuzione della formazione professionale mostra già una geografia molto diseguale: secondo il dossier, il Nord concentra il 67,4% degli iscritti ai percorsi tecnici e professionali dal primo al quarto anno e la sola Lombardia ne raccoglie quasi un terzo a livello nazionale. Lombardia, Veneto e Piemonte sono fra le regioni in cui esistono reti più consolidate tra scuole, enti, ITS e imprese. Anche la promessa di un accesso più diretto al lavoro va misurata nei fatti. Le imprese dichiarano difficoltà a reperire diplomati tecnici e professionali nel 47% dei casi, quota che sale al 57,3% per i diplomati ITS.Ma il collegamento tra formazione e lavoro non può limitarsi a coprire posti vacanti: deve tradursi in impieghi qualificati, salari adeguati, sicurezza e prospettive di crescita.