Ilrecente intervento di Giuseppe Conte sulla rivista Rinascita muove dal dibattito sull’apertura di una moschea a Mestre per la comunità bengalese – che includerà biblioteche e aule studio – e dalle parole di Ernesto Galli della Loggia sul tema dell’integrazione, in particolare sulle sue preoccupazioni per le classi a maggioranza di alunni con retroterra migratorio di fede islamica. Nel leggere entrambi i testi, si percepisce un legame diretto con i recenti dibattiti sulla scuola multietnica e le Nuove Indicazioni del Ministero dell’Istruzione e del Merito, redatte da una commissione ministeriale incaricata di riscrivere i programmi del primo ciclo d’istruzione. Si tratta di linee guida programmatiche basate sull’assunto secondo cui “solo l’Occidente conosce la storia”. Va qui chiarito che l’uso critico delle fonti non è una prerogativa dell’Occidente, come dimostrano Sima Qian (c. 145 a. C.) , Abu Shama (1203), Kalhana (c. 1100), Ibn al-Athir (1160) e numerosi altri autori non di rado misconosciuti alle nostre latitudini. Descrivere ciò che questi hanno prodotto come semplici annali religiosi o mitologie poetiche, significa misconoscerne il contenuto. Da un punto di vista storico, l’assunto secondo cui i popoli colonizzati non avessero una storia, o non sapessero scriverla con un senso critico, serviva a legittimare il dominio europeo: l’Europa diventava l’unico soggetto attivo della storia, mentre gli altri erano spettatori passivi che entravano nella storia, solo dopo il contatto con l’Occidente. Il pregiudizio eurocentrico secondo cui solo l’Occidente possiede il senso della storia emerge anche nel secondo principale assunto espresso nel dibattito in corso, quello secondo cui laicità e secolarismo sarebbero non solo sconosciuti nell’Islam, bensì considerati una “bestemmia”. Si tratta di un errore storico prima ancora che sociologico. È vero che il “mondo islamico”, corrispondente a un quarto della popolazione mondiale, non ha coniato un termine equivalente a “laicità”, ma nei fatti la separazione tra autorità politica e autorità religiosa è antica. Fin dai primi secoli, il potere politico (califfi e sultani) e quello religioso (gli ulema) sono rimasti entità distinte, con i sovrani che governavano attraverso leggi secolari (qanun) parallele al diritto religioso. A ciò si aggiunga che l’Islam si sta rimodellando profondamente dentro le società secolari. Esistono delle eccezioni, ma la stragrande maggioranza dei giovani musulmani europei vive oggi la fede come una scelta privata e individuale, non un progetto politico. Alle argomentazioni proposte da Giuseppe Conte su questi aspetti aggiungerei 3 parole chiave. La prima è: umiltà. Tra il 1840 e il 1940, nel contesto di una delle più grandi migrazioni di massa della storia, oltre 60 milioni di europei – italiani compresi – lasciarono i loro paesi d’origine per costruirsi una nuova vita e procurarsi mezzi di sostentamento in terre abitate da altri. Per contro, i migranti provenienti da altri continenti sceglievano di rado l’Europa come destinazione. La seconda è: consapevolezza. E qui si prenda il caso francese. I musulmani rappresentano appena l’8% del totale dei cittadini francesi, eppure si stima che almeno il 50% (alcune stime arrivano al 70%) della popolazione presente nelle carceri francesi sia composta da musulmani: persone per lo più originarie di paesi nordafricani. O si cede a una fallacia di stampo razzista, oppure appare evidente che la somma tra peso della Storia e ghettizzazione, anche culturale, non può che produrre un boomerang. Circa il 32% dei francesi di origine nordafricana sovente relegati nelle banlieues – risultano disoccupati. Il 30% lascia la scuola senza diploma: sono dunque circa il doppio di quelli che non sono nati da genitori immigrati. Come ha documentato il Minority Rights Group International, molte delle disuguaglianze figlie della storia coloniale persistono e sono “trasmesse alle giovani generazioni attraverso la mancanza di opportunità e la loro continua esclusione”. La terza è: futuro. Servono nuove mappe cognitive e chiavi interpretative, che vadano oltre l’arroccamento identitario, per leggere tanto la Storia quanto le cesure epocali che stanno interessando il nostro tempo. Basti qui accennare al fatto che nel 1900 l’Europa ospitava un quarto della popolazione mondiale e aveva tre volte la popolazione dell’Africa: nel 2050 ospiterà il 7 percento della popolazione mondiale e avrà un terzo della popolazione dell’Africa. La sfida oggi non è difendersi da “culture straniere incompatibili”, bensì trasformare le aule scolastiche e universitarie da trincee identitarie a laboratori di un futuro comune.