Le migrazioni di massa verso l’Occidente, determinate da motivi geopolitici ed economici, sono una realtà che obbliga ad agire su più fronti. In particolare, quando ci si sofferma sulla immigrazione mussulmana non si può prescindere dalla sua peculiarità. L’islam è la più diffusa religione del pianeta, circa due miliardi di fedeli. Ha precisi dogmi valoriali (i cinque pilastri) e si fonda sul Corano, il libro sacro e, come tale, indiscutibile. Se per i cristiani “Dio si e fatto Uomo”, per i musulmani “Allah è il Libro svelato dal Profeta Maometto”. Il fedele islamico ha l’obbligo del “massimo impegno personale per far conoscere e rispettare il Corano nel mondo”. È la jihad. Il fedele islamista agisce con una chiara intenzione “politica”, crede che il suo “massimo impegno” non possa essere solo una lodevole intenzione ma debba comunque avere pieno successo e che, quindi, la sharia, la legge islamica, debba sostituire gli ordinamenti democratici. Inoltre per l’islamista il suo “massimo impegno personale” si concretizza “con la parola e se necessario con la spada”. Cioè con la violenza. Il fedele islamista che emigra si rifà idealmente all’Egira, la fuga di Maometto dal politeismo della Mecca per iniziare a Medina la sua predicazione. L’Islamista non deve integrarsi nella società in cui si trasferisce, non deve attenuare la propria fede. Deve al contrario indicarla orgogliosamente come l’unico modello da seguire. Il radicalismo fanatico dell’islamismo è il vero pericolo, non la religione islamica, e fa comprendere perché nemmeno l’acquisizione della cittadinanza del paese in cui ci si trasferisce sia garanzia assoluta della avvenuta integrazione. E se l’identità personale è unicamente l’identità religiosa e la comunità di riferimento della persona è solo quella dei correligionari (la ummah), ben si comprende perché molti figli nati in Europa da migranti musulmani non considerano lo Stato in cui sono nati come la loro patria, ma solo il luogo in cui vivono senza avervi le radici e spesso senza condividerne i valori in specie religiosi Bassan Tibi, musulmano tedesco di origine siriana, professore universitario nel suo saggio Euroislam, l’integrazione mancata scrive: il multiculturalismo è un totem del politicamente corretto ma ostacola l’integrazione perché il suo assunto principale è che gli immigrati abbiano diritto ad uno spazio di autonomia, all’interno delle società occidentali, per esprimere appieno la loro cultura e la loro fede. I fautori del multiculturalismo si comportano come gli islamisti, ne sono quasi alleati, esasperano l’identità dei migranti mussulmani, la considerano immutabile. Il multiculturalismo porta a società parallele, enclave di “diversi” che alimentano l’insofferenza non certo la pacifica convivenza. Ne consegue che l’Europa più che multiculturale dovrà essere pluriculturale, cioè il continente in cui persone di gruppi etnici e religiosi diversi convivono pacificamente in virtù di una condivisa cornice valoriale che li rende cittadini senza distinzione di sesso, lingua, religione. Una cornice valoriale laica, costituzionale, che indichi nella libertà, nella democrazia, nel primato della persona la ragion d’essere della separazione nelle istituzioni di ogni paese europeo tra sfera pubblica e sfera privata, tra quel che è di Cesare e quel che è di Dio. Anche in Italia nella numerosa comunità musulmana sono attivi gruppi che condividono la necessita di un Islam europeo riformista e liberale, per usare la nostra terminologia politica. Di certo fanno meno notizia dei correligionari islamisti, ma ci sono e sono perfettamente consapevoli di quanto sia alta la montagna da scalare. Non so se dialogare in modo non episodico con loro e contribuire a rompere il silenzio assordante che li circonda sia politicamente definibile come “di destra” o “di sinistra”. So però che la destra politica avrebbe le credenziali, in termini valoriali e culturali, per farlo. Capisco che sia più semplice parlare di remigrazione, senza ovviamente spiegare cosa significhi, chi dovrebbe riguardare, come sarebbe possibile avviarla, in quali tempi se ne vedrebbero le conseguenze, perfino quale sarebbe l’onere finanziario. Capisco anche che, oltre che più semplice, parlare di remigrazione potrebbe forse (ma ne dubito! ) essere tonificante per i sondaggi ma, al netto di tutto ciò, continuo a credere che la Destra di governo abbia ben chiaro che sul tema immigrazione, integrazione, Islam servono analisi politiche e scelte coraggiose, non slogan da caserma. E lo debba dimostrare.
Remigrazione, basta slogan da caserma
Le migrazioni di massa verso l’Occidente, determinate da motivi geopolitici ed economici, sono una realtà che obbliga ad agire su più fronti. In particolare, quando ci si sofferma sulla immigrazione mussulmana non si può prescindere dalla sua peculiarità. L’islam è la più diffusa religione del pianeta, circa due miliardi di fedeli. Ha precisi dogmi valoriali (i cinque pilastri) e si fonda sul Corano, il libro sacro e, come tale, indiscutibile. Se per i cristiani “Dio si e fatto Uomo”, per i musulmani “Allah è il Libro svelato dal Profeta Maometto”. Il fedele islamico ha l’obbligo del “massimo impegno personale per far conoscere e rispettare il Corano nel mondo”. È la jihad. Il fedele islamista agisce con una chiara intenzione “politica”, crede che il suo “massimo impegno” non possa essere solo una lodevole intenzione ma debba comunque avere pieno successo e che, quindi, la sharia, la legge islamica, debba sostituire gli ordinamenti democratici. Inoltre per l’islamista il suo “massimo impegno personale” si concretizza “con la parola e se necessario con la spada”. Cioè con la violenza. Il fedele islamista che emigra si rifà idealmente all’Egira, la fuga di Maometto dal politeismo della Mecca per iniziare a Medina la sua predicazione. L’Islamista non deve integrarsi nella società in cui si trasferisce, non deve attenuare la propria fede. Deve al contrario indicarla orgogliosamente come l’unico modello da seguire. Il radicalismo fanatico dell’islamismo è il vero pericolo, non la religione islamica, e fa comprendere perché nemmeno l’acquisizione della cittadinanza del paese in cui ci si trasferisce sia garanzia assoluta della avvenuta integrazione. E se l’identità personale è unicamente l’identità religiosa e la comunità di riferimento della persona è solo quella dei correligionari (la ummah), ben si comprende perché molti figli nati in Europa da migranti musulmani non considerano lo Stato in cui sono nati come la loro patria, ma solo il luogo in cui vivono senza avervi le radici e spesso senza condividerne i valori in specie religiosi Bassan Tibi, musulmano tedesco di origine siriana, professore universitario nel suo saggio Euroislam, l’integrazione mancata scrive: il multiculturalismo è un totem del politicamente corretto ma ostacola l’integrazione perché il suo assunto principale è che gli immigrati abbiano diritto ad uno spazio di autonomia, all’interno delle società occidentali, per esprimere appieno la loro cultura e la loro fede. I fautori del multiculturalismo si comportano come gli islamisti, ne sono quasi alleati, esasperano l’identità dei migranti mussulmani, la considerano immutabile. Il multiculturalismo porta a società parallele, enclave di “diversi” che alimentano l’insofferenza non certo la pacifica convivenza. Ne consegue che l’Europa più che multiculturale dovrà essere pluriculturale, cioè il continente in cui persone di gruppi etnici e religiosi diversi convivono pacificamente in virtù di una condivisa cornice valoriale che li rende cittadini senza distinzione di sesso, lingua, religione. Una cornice valoriale laica, costituzionale, che indichi nella libertà, nella democrazia, nel primato della persona la ragion d’essere della separazione nelle istituzioni di ogni paese europeo tra sfera pubblica e sfera privata, tra quel che è di Cesare e quel che è di Dio. Anche in Italia nella numerosa comunità musulmana sono attivi gruppi che condividono la necessita di un Islam europeo riformista e liberale, per usare la nostra terminologia politica. Di certo fanno meno notizia dei correligionari islamisti, ma ci sono e sono perfettamente consapevoli di quanto sia alta la montagna da scalare. Non so se dialogare in modo non episodico con loro e contribuire a rompere il silenzio assordante che li circonda sia politicamente definibile come “di destra” o “di sinistra”. So però che la destra politica avrebbe le credenziali, in termini valoriali e culturali, per farlo. Capisco che sia più semplice parlare di remigrazione, senza ovviamente spiegare cosa significhi, chi dovrebbe riguardare, come sarebbe possibile avviarla, in quali tempi se ne vedrebbero le conseguenze, perfino quale sarebbe l’onere finanziario. Capisco anche che, oltre che più semplice, parlare di remigrazione potrebbe forse (ma ne dubito! ) essere tonificante per i sondaggi ma, al netto di tutto ciò, continuo a credere che la Destra di governo abbia ben chiaro che sul tema immigrazione, integrazione, Islam servono analisi politiche e scelte coraggiose, non slogan da caserma. E lo debba dimostrare.








