Il golpe in Cile visto, anzi pre - visto, dall'Isola di Pasqua. Decenni di putsch, cospirazioni, operazioni sporche condotte dalla CIA, rievocate attraverso lo sguardo strabico e le gesta imprevedibili di due stralunati agenti Usa (John Malkovich e Sam Rockwell) spediti a Rapa Nui da un capo eroinomane (Steve Buscemi) alla vigilia del golpe che costò la vita al presidente cileno Allende.Se la fantapolitica è un genere che invecchia presto, la fanta - rilettura di un passato che non scopriremo mai fino in fondo sembra più promettente. Lo prova il nuovo, inquietante e insieme godibilissimo “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh, il regista e drammaturgo angloirlandese di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri". Forse il più grande dialoghista del cinema contemporaneo, se ammettiamo che attraverso le parole (e la bravura sesquipedale dei suoi attori) il cinema può scolpire lo spazio, il tempo e la coscienza giocando in modo davvero magistrale su molti diversi piani in contemporanea.Il passato, o ciò che crediamo di sapere (il Cile, le forze in campo prima del golpe, come poi andarono effettivamente le cose, ma sullo sfondo c'è anche l'assassinio di John F. Kennedy). La memoria e l'interiorità dei protagonisti del film, che ne hanno passate di cotte e di crude, come dicono i dialoghi cinici quanto esilaranti della prima parte (qui in filigrana si sente la lezione di “Pulp Fiction”, anche se ai personaggi vengono concesse ben altre dosi di profondità e di empatia). Ma anche il presente in cui sono immersi i protagonisti. Con relativi doppi e tripli giochi, perché non stiamo parlando di stinchi di santo. E quel viaggetto esotico organizzato fra i “testoni” dell'Isola di Pasqua pochi giorni prima dell'11 settembre 1973, la data del golpe in Cile, chissà cosa nasconde...Altro non diremo nemmeno sotto tortura, per restare in argomento. Ma fra duetti modello “La strana coppia” (Malkovich e Rockwell, agenti di lungo corso, si conoscono da una vita), e sparate dell'incontenibile Malkovich, che forse ha la demenza o forse una gran voglia di dire la verità, il film procede verso il redde rationem zigzagando tra peripezie assortite. Come la presenza sull'isola di due studentesse cilene di sinistra, inorridite da quei due agenti della Cia che non fanno nulla per nascondersi. E una serie di incontri ravvicinati con i cavalli selvaggi di Rapa Nui che porteranno il film dalle parti del Guernica di Picasso.Magari qualcuno salterà su a dire che così si restituisce innocenza ai peggiori assassini della Cia. Anche loro in fondo tengono famiglia (la moglie di Rockwell, minacciata a distanza dai perfidi capi). Anche per i peggiori c'è sempre la possibilità di una redenzione. Ma sono argomenti superati, destinati a infrangersi anche davanti alla radicalità di certe battute. “Se vedi un uomo in divisa, qualsiasi divisa, spara”, è il consiglio finale dell'agente Malkovich. E forse non è un caso se nel film si parla anche di Zapruder, il cineamatore che riprese per caso l'uccisione di Kennedy a Dallas. Mentre lo stesso Sam Rockwell, visto che sono lì per fare i turisti, a un certo punto impugna una cinepresa amatoriale. E il primo momento della verità passa proprio attraverso il suo obiettivo.
“Wild Horse Nine”, il golpe in Cile (pre)visto dall'Isola di Pasqua. L'ultima fatica di Martin McDonagh
Fra duetti modello “La strana coppia” (Malkovich e Rockwell, agenti di lungo corso, si conoscono da una vita), e sparate dell'incontenibile Malkovich, che forse










